Page 1 - luciano pea

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Artista particolarmente attento alle qualità tonali e alle modulazioni cromatiche del colore, si esprime essenzialmente attraverso le tecniche pittoriche e calcografiche. Docente di incisione e tecniche pittoriche alla Libera Accademia di Belle Arti (L.A.B.A) di Brescia. Si è formato all 'Accademia di Belle Arti di Brera. Attivo con esposizioni in ambito nazionale dalla fine degli anni ’80. Ha partecipato a esposizioni e manifestazioni internazionali, fornisce contributi artistici per eventi culturali. Numerose pubblicazioni di opere su cataloghi e libri d’arte, ricordiamo in particolare quelle per le Edizioni l’Obliquo. Nasce a Gottolengo (Bs) il 31.03.1961, vive a Brescia in via F. Carini, 4, studio via Agostino Gallo 5.

Luciano Pea was born in Gottolengo, Brescia, on 31st March 1961. He studied at the Brera Academy of Fine Arts in Milan and has held the chair of Engraving at the Free Academy of Fine Arts (L.A.B.A.) in Brescia, where he still teaches Painting Techniques. His works have been exhibited at art shows in Italy since the late 1980s and also at numerous exhibitions abroad. He is frequently called upon to act as artistic consultant at cultural events. Many of his works have been published in art catalogues and books, mainly ones by Edizioni l’Obliquo. He lives and works in Brescia, Italy. His home address is 4, Via Francesco Carini and his studio is at 5, Via Agostino Gallo.

Dozent für Gravierung und Maltechnick an der L.A.B.A. (Freie Akademie der Schönen Künste) in Brescia. Studium an der Kunstakademie Brera (Mailand). Ausstellungen in Italien seit End der 80er-Jahre. Teilnahme an internationalen Ausstellungen und Veranstaltungen, Künstlerische Beiträge zu Kultur-Events. Zahlreiche Werke von Luciano Pea erschienen in Katalogen und Kunstbüchern, im Besonderen erinnern wir an seine Arbeiten für den Verlag Edizioni l’Obliquo. Er wurde am 31.03.1961 in Gottolengo (BS) geboren, lebt in Brescia, Italien, in Via Carini 4 und arbeitet in seinem Atelier in Via Agostino Gallo 5.

Recensioni: Paolo Bolpagni, Simona Bartolena, Mauro Corradini, Pia Ferrari, Giorgio di Genova, Anna Lisa Ghirardi, Giampiero Guiotto, Araxi Ipekjian, Fausto Lorenzi, Franco Migliaccio, Carmela Perucchetti, Marcello Riccioni, Vanda Sabatino, Maurizio G. M. Vicari,  Mariella Segala, Maria Zanolli.


Principali esposizioni
Principal shows

2017:Sulmona (AQ),XLIV premio internazionale d’arte Sulmona.
2016:Piacenza, galleria Biffi,”LA BELLEZZA RESTA” a cura di S. Bartolena e A. Fettolini.
2015: Monticello Brianza-(MO) villa Greppi “ARIA “a cura di S. Bartolena e A. Fettolini.
2014:Brescia-EN PLEIN ART sovrintendenza beni archeologici Brescia a cura di P. Bolpagni e C. Muccioli.
2013:Soncino  (CR) museo della stampa “dall’ombra al segno”.
Delft “world Art Delft”.
2012;Passau Germania “Das HOHELIED der LIEBE” Diözesanmuseum,a cura di C. Perucchetti
e F. Moreschi.
2011:Brescia  B+R architetti “misura e luce” presentazione di Mariella Segala.
2010:Brescia galleria A.A.B “gli artisti bresciani e l’incisione”a cura di Marcello Riccioni.
Brescia  galleria San Zenone all’Arco, ,“NELLA  LUCE”a cura di C. Perucchetti e F. Moreschi.
2009:Cremona VI biennale di incisione l’arte e il torchio S. Maria della Pietà.
2008:Sulmona (AQ),XXXV premio internazionale d’arte Sulmona.
2007:Gardone R. (BS) Vittoriale degli Italiani“Notturni Dannunziani” a cura di M.Riccioni.
2006:Brescia Pinacoteca Tosio Martinengo “vent’anni di libri” edizioni l’Obliquo.
Brescia “VENT’ANNI DI LIBRI”  Pinacoteca Tosio Martinengo.
2005 Ankara Turchia“I BIENNALE INTERNAZIONALE D’ARTE DI GRAMEEN”
2004Felice Del Benaco (BS) “LUCIANO PEA” ex monte di pieta
2003 Birmingham (GB)”REPERTORIO2003”
2002 Brescia “LUOGHI” spazio overseas
2001Tokio Giappone"INTERNATIONAL TRIENNAL ENGRAVING” Tama Art University
2000Sesto Fiorentino (FI) “EX LIBRIS D’AUTORE” la soffitta spazio
1999 Firenze  Editore Pietro Chegai “QUATTRO INCISORI”
1998 Tokio Giappone "INTERNATIONAL MINI-PRINT TRIENNIAL 1998
Verolanuova (BS) Palazzo Gambara “CONTROCANTO”
1997 Gussago (BS) osteria dell’angelo "MENHIR"
1996 Vernazza -Manarola -Riomaggiore (SP)"FORMICHE" a cura di Mauro Abati
1995 Milano - Castello Sforzesco - Civica Biblioteca d'Arte
"L'ACCADEMIA DI BRERA E LA STAMPA ORIGINALE”
Ankara Turchia - Museo di Architettura Orta Dogu Teknik
1994 Milano - MIART  Parco Esposizioni di Novegro
1993 Milano - Palazzo della Permanente
"PREMIO SAN CARLO BORROMEO-REGIONE LOMBARDIA"a cura di De Grada, Dell’Acqua,
De Micheli -premiato con Medaglia  per la Sezione Incisione -
1992 Messico -progetto internazionale “IDINTIDAD NATIONAL”
1991 Milano - Accademia di Brera "BRERA APERTA”


Recensioni testi:

Simona Bartolena
2015
Un cielo terso. Una folata d'aria. Si sente l'atmosfera nelle opere di Pea, se ne percepisce il profumo. Il suono, l'impalpabile materia che lambisce lo sguardo e accarezza la pelle. Disegnati con la luce, intrisi di colore leggero eppure presente ed espressivo, i suoi spazi dipinti recano traccia delle frequentazioni e delle passeggiate dell'artista nell'arte percettiva e cinetico programmata: prendendo spunto dalla verità di un alba o di un tramonto per spostarsi su un piano astratto, che offre emozioni sintetiche avvolgenti. Leggere, sfidano la materia per elevarsi verso lo spirito, negano l'osservazione puntuale, quasi scientifica, che le ha generate per incontrare dimensione fiabesche, lievi come l'aria.

Carmela Perucchetti
2014
“ Tesa su un limite indefinibile, quale quello esistente tra materia e non materia, tra essere e non essete, paradigma del mondo creato e contemporaneamente del dualismo della natura umana-corpo e anima- la pittura di Luciano Pea conduce l'occhio in un imprevedibile viaggio verso luoghi carichi di mistero e riconoscibili al tempo stesso nel gioco di rimandi tra memoria e percezione visiva.
Da anni l'artista bresciano persegue, nella sua attività pittorica, la possibilità di far interagire luce e colore nello spazio bidimensionale, sia studiando le capacità sensoriali dell'occhio umano, sia sfruttando le possibilità materiche in particolare di pastelli e colori ad olio. Tali mezzi pittorici, per propria natura densi, ricchi di forza espressiva, vengono sgranati, alleggeriti di peso ma non svuotati, piuttosto smaterializzati e distesi fino ad abbracciare l'intero campo visivo, per coinvolgere in un clima spogliato da intenti descrittivi, che rimanda idealmente a cieli, mari, terre, isole, vulcani affioranti da orizzonti sconosciuti.
Luoghi- non luoghi: dove nulla è definito, nulla e certo, nulla ha peso: paradossalmente la non-forma, sospesa e rarefatta materia colorata, determina una immediata riconoscibilità tramite l'intuitivo richiamo a paesaggi non reali, ma patrimonio di memorie ancestrali come i luoghi del mito.”  

Mauro Corradini
2012
Pea da anni conduce una ricerca raffinata sul perdersi dello sguardo nell'infinito dell'orizzonte, e il rinvio alle luci del Nord non appare solo come un richiamo geografico, ma piuttosto come un rinvio mentale ad un luogo classico, dove tutto appare trasparente e senza eventi: è un cielo terso, dove solo qualche rara luce sembra indicare un riferimento alle nostre stelle; quel che viene al lettore è l'immobile presenza della luce, unica presenza reale in uno spazio rarefatto, in cui si avverte la sensazione del silenzio. Già: anche Rimbaud, nei Deliri della sua straordinaria stagione (per quanto all'Inferno) voleva scrivere il silenzio, dopo aver gustato il gusto della vertigine; il nostro Pea misura la sua pittura su percorsi di luce, il cui approdo non può che essere quello che indicava un secolo e mezzo fa il grande, giovanissimo, poeta; una pittura tutta di tensioni che trascrivono il cogliere, il formarsi, il lento muoversi della luce, per giungere in quella zona rarefatta, dove l'aria immobile innalza lo spirito oltre le soglie della quotidianità. Le poche tracce che segnano l'orizzonte lontano, quella linea dove terra e cielo si congiungono, o quelle che vogliono cancellare il segno dell'orizzonte per farci volare in un cielo purissimo, tutto in questa ricerca è il raccolto pensiero di un artista che solo attraverso la luce racconta la sua visione del mondo.

Maria Zanolli
2012
Scrivere con la luce. Tracciare con la luce. Meglio, evocare. Un flashback nell'arte cinetica degli anni '60. E uno sguardolontano, verso Iperborea, l'isola di «perfezione e misura» dove Luciano Pea, originario di Gottolengo, nei suoi viaggi immaginati, è appena sbarcato. Amico di Munari - tanto da avere un biglietto da visita disegnato dal maestro del «less is more» - formazione a Brera e docente di incisione e tecniche pittoriche alla Laba, nel suo ultimo lavoro, su opere di tela e carta - in mostra fino al 26 maggio allo Spazio Arte Duina di Paitone - «dipinge spazi e sensazioni in un ordine cercato per dare centralità alla luce e trascrivere con essa il silenzio». Sono «albe, tramonti, terrestri o lunari, paesaggi dell'anima da cui emerge la luce in tutta la sua vibrante concretezza fisica». Pea, «incisore di mondi», con la pittura ad olio crea paesaggi poetici in cui non è più importante quello che vedi ma l'emozione che ti attraversa nel momento in cui guardi il quadro. Un legame, quello con la poesia, dichiarato dallo stesso artista, che in occasione della mostra ha realizzato un libro, numerato in dodici esemplari contenenti ognuno un'opera unica, accompagnata da una selezione di versi che hanno ispirato il suo lavoro.

Mariella Segala
2011
Il percorso di Luciano Pea ha inizio con la profonda conoscenza dell’arte cinetica e programmata, dove prevale l’aspetto scientifico nell’esecuzione dell’opera ma questa corrente artistica ha trascurato ciò che è il sentire umano, l’artista quindi acquisisce la razionalità del cinetismo e la trasla nella sua pittura evocativa, compie un lavoro di dissoluzione della compattezza della pittura, arriva a dipingere ciò che determina “la sensazione palpitante di vita”, ciò che è infinitamente minuto, mobile e leggero.
Sono albe o tramonti, terrestri o lunari, paesaggi dell’anima dove emerge la luce in tutta la sua vibrante concretezza fisica. E’ un lavoro fatto di disciplina e costanza che comporta un esercizio quasi matematico, in grado di creare luoghi evanescenti in cui si è avvolti da un velo di particelle minutissime di umori e sensazioni, un pulviscolo d’atomi; atmosfere allo stesso tempo vaporose, impalpabili, definite e precise.
La sintesi potente del suo lavoro si trova in una poesia appesa nel suo studio -Piccolo Testamento di Eugenio Montale- nei cui versi le tracce luminose d’immagini fragili si contrappongono alla visione buia e apocalittica di un Lucifero bituminoso: “il tenue bagliore strofinato laggiù non era quello di un fiammifero”. Ci si salva in ciò che c’è di più fragile, sono le cose che paiono destinate a finire che alimentano la fiducia, è nelle tracce più lievi che si trovano i valori morali. E così è la pittura di Luciano Pea, che ha in sé la leggerezza della meditazione che sfida e annienta la bruttura e pesantezza estetica e morale in cui l’uomo è precipitato; una pittura che è lotta all’opacità della vita e che un artista come Pea riesce a vincere.


Vanda Sabatino
2010
“Alla nostra immaginazione piace essere invasa da un oggetto, afferrare cose troppo grandi per la sua capacità. Veniamo gettati in un piacevole stupore da visioni illimitate e quando le percepiamo, sentiamo nell’anima una deliziosa calma attonita.”
John Addison

Effemeridi è un titolo che Luciano Pea ha già usato per le proprie opere, nelle rappresentazioni di alcune stelle o di apparizioni brevi.
Il termine generalmente fa riferimento a pubblicazioni periodiche, soprattutto di carattere letterario o scientifico. Particolarmente affascinanti sono le effemeridi astronomiche, tavole numeriche, che forniscono le coordinate degli astri, utili alla navigazione. Questi stessi studi vengono consultati anche dagli astrologi. Ognuno vi può trarre la propria verità, sia a livello scientifico che metafisico.
In questa mostra, una selezione di pastelli e olii prodotti dal 2006 a oggi, Effemeridi sono diari di viaggio. La registrazione periodica dello scorrere della vita: emozioni, pensieri e visioni. Opere che assumono più intensità e luminosità se osservate con la coda dell’occhio, come avviene talvolta nell’esplorazione di certe stelle, tra cui le Pleiadi. L’artista suggerisce una visione laterale, più poetica, per riuscire a cogliere aspetti che il nostro occhio razionale solitamente non vede. I colori utilizzati raccontano spesso di un altro colore, delle sue sfumature, quasi soffiate. Diafane apparizioni anche quando l’ispirazione nasce da paesaggi concreti, trasfigurati dalla memoria. Talvolta sono suggestioni di luoghi narrati dagli scrittori, realmente visti o semplicemente inventati e creati dalla loro penna. La lettura per Luciano sostituisce un viaggio e diviene suggestione artistica. “Non amo viaggiare, poche volte lo faccio. Amo però raccontare ciò che anch’io ho percepito come racconto da altri ed ho fatto mio come se lo avessi vissuto. Penso al viaggiatore come a un raccoglitore di figurine da incollare sull’album. A volte si tratta solo di uno spostamento fisico: quasi una statistica per valutare le capacità in relazione al tempo: gente con il cartellino che ha fretta di timbrare.”
Mentre in lui non si avverte mai la fretta! Nei suoi quadri si respira calma, pazienza nei gesti e aria di spazi infiniti e silenti.
Il suo lavoro solitamente si sviluppa per cicli: Il viaggio degli argonauti, alla ricerca del vello d’oro; Staccando l’ombra da terra, un modo lirico per accennare al volo, citando un titolo di Daniele Del Giudce; Menhir per rappresentare i complessi meccanismi di incontro col divino. Recentemente, indagando il tema della Luce, dovendo descrivere Dio, si è sentito costretto ad abbandonare gli strumenti del pittore: “qui i pennelli non servono più a costruire”. Solo una nuvola tempestosa e poi colore libero appoggiato sulla tela. Non il colore usato come materia-oggetto, nel raccontare storie più umane che misteriose. Ma il colore puro come espressione delle possibilità del Tutto. “Amo evocare la materia senza trattarla, perché la pittura non è follia, né misticismo”.
La ricerca di Luciano Pea, in un percorso bilaterale e ambivalente fra Dio e l’uomo, ha molto di ineffabile anche quando le opere non sono di natura metafisica.


Pia Ferrari
2010

I capitoletti sui lavori di Luciano Pea si aprono con immagini di colori e luci, tratte dall’Iliade e dall’0dissea. Sono momenti che accompagnano le grandi imprese ed i viaggi degli eroi omerici, quando, per un momento, tutto si raccoglie  e si placa nella contemplazione di qualcosa che sovrasta le azioni. Dalle navi, dalle spiagge e dagli accampamenti nella sabbia arsa, le armi appaiono come bagliori e la natura all’alba si manifesta sempre immutabilmente rosea, sia agli dei che agli uomini, accomunandoli in un’unica origine. Nei dipinti di Pea mi pare di ritrovare simili sospensioni dello spazio e del tempo, dove è possibile meditare in modo quasi assoluto e teoretico, alternate ad aperture narrative che suggeriscono geografie, esili riferimenti a luoghi che potrebbero esistere.

Il luogo e il punto
...dove una casa bellissima negli abissi del mare gli sorge, d’oro, scintillante, per sempre indistruttibile.
(Omero, Iliade, XIII,  21-22)
…ma quando poi si nascose il lucido raggio del sole, essi, volendo dormire, andarono a casa ciascuno, dove a ciascuno la casa Efesto ricco di gloria ha fabbricato. E Zeus andò al suo letto, l’olimpio che abbaglia col lampo, là dove sempre dorme, quando il sonno dolce lo prende: e qui salito si stese; e vicino Era, dall’ aureo trono.
(Omero, Iliade, I, 605-610)
Al centro delle composizioni di Pea esiste quasi sempre il punto:  come in geometria, sembra rappresentare l’origine, così privo delle dimensioni perché il suo colore si stempera negli altri attorno. Dal punto, che è sole,  luna,  ricordo,  segno topografico, o simbolo,  parte e muore tutto. La posizione del punto segna il momento e il luogo. E il luogo è l’insieme di tutto ciò che esiste, è la materia distribuita nello spazio e nel tempo. Con la certezza di una visione soffusa si svolgono variazioni dipinte ed incise, dove i punti possono diventare due, tre e colorarsi, lontanamente divenire ricordi di natura, esplosioni leggere che si inabissano o si innalzano.

Il vuoto e la luce
…e mosse, simile al lampo che il figlio di Crono afferra e vibra dall’Olimpo splendente, dando segno ai mortali; i raggi di quello scintillano.
(Omero, Iliade, XIII 243-245)
… nel cielo si è rotto l’etere immenso, si vedono tutte le stelle;
(Omero, Iliade,  VIII 559)

I luoghi evocati nei quadri di Pea sono sostanzialmente immoti, perché in essi tutto scompare in breve: sono universi che molti possono aver visto, se hanno guardato in silenzio posti non riempiti di voci. In essi colpisce l’assenza di persone e cose, e l’apparente vuoto. La luce però li riempie e si sostituisce ai rumori come un suono diffuso.  La luce nasce dal vuoto. Nell’Iliade e nell’Odissea le luci scandiscono gli avvenimenti: ogni battaglia si placa col sonno e la mancanza di luce, ogni azione ricomincia con la luce rosata dell’aurora, ogni apparizione eroica è preceduta  da  bagliori improvvisi di metalli lucidi.  L’assenza  permette il ricordo e la luce  permette di guardare. E il vuoto, alla fine, non esiste.

Il momento e il colore
…Le navi correvano molto veloci: un dio spianò il mare dai grandi abissi
( Omero, Odissea, III,  158-159)
Quando mattutina apparve aurora dalle rosee dita, aggiogarono i cavalli e salirono sul carro di vari colori.
(Omero, Odissea, III492- 493)
Il sole calò e tutte le strade s’ ombravano
(Omero, Odissea, III, 487)
Il colore si crea passando. L’occhio del viaggiatore scorre su cielo, mare, nuvole e terra. Lo sguardo stende veli. L’occhio dell’uomo, nell’antichità come oggi, luccica per meraviglia, o si inumidisce, leggermente bagnato di lacrime, o appena desto è ancora leggermente appannato. Anche guardando la natura dipinta si ricavano simili sensazioni: si  immagina una nave scorrere lentamente, un uomo guardare il momento in cui sorge il sole, o quello in cui si immerge nell’acqua. Il momento è assoluto.

Mauro Corradini
2009

Quella ricerca della luce vitale di Luciano Pea
La terra è ridotta a un lieve sussurro sulla base dell'opera


C'è un'arte che grida, effervescente, cantante; «la sua voce volentieri la si ascolta.
Bello è il suo viso» scriveva Brecht; ma c'è anche un'arte che riflette, si rifugia nel mestiere,
crede che la creazione nasca da un'idea che prende forma e poesia perchè si sanno utilizzare
un materiale e la tecnica per esprimerlo. Credo che la ricerca di Luciano Pea, incisore e
pittore, docente alla LABA, sia da leggere sotto quest'ultima luce.
Anzi, il ciclo con cui si è proposto alle pareti della galleria della sua accademia sembra voler
rinforzare, quasi puntigliosamente, il fare pittura; la pennellata si vede, e si vede bene,
gli accostamenti cromatici (per armonia e/o disarmonia) si vedono ugualmente bene,
così come la sua ricerca, su una luce che irradiandosi apre se stessa allo spazio intero che
la circonda.
Non so i titoli che Luciano utilizza: paesaggi si direbbero i suoi ampi spazi, dominati da
un astro che domina il vasto cielo, mentre la terra è ridotta ad un lieve sussurro sulla base
dell'opera. Metafora forse dell'essere, considerato che sempre la luce in pittura è per
tradizione simbolo specifico ( e speciale). E poi i lievi movimenti dell'atmosfera, un'irradiazione che sembra dilatarsi seguendo non il ritmo della fonte luminosa, ma quello dello sguardo, come se la tela fosse un'apparizione in progress. Sarebbe stato facile seguire la mano e l'abilità della mano per disegnare cieli barocchi;invece no. Tutto ritorna a misura, ad un ordine cercato per dare centralità alla luce, trascrivere con essa il silenzio. Anzi, segnare il cielo per dici che è dipinto, che non è vero, rovesciare con la sola pittura il «questo non è una pipa» di magrittiana memoria,
La pittura non cerca la sincerità, ma la verità.
E la verità viene  dai simboli delle nostre paure vane, dai ritmi intensi dello sguardo che si
affissa sulla luce fino a non vedere più nulla: la verità, ammonivano durante la secessione viennese, alla fine dell'altro secolo, prima del nostro appena finito, è come il fuoco: illumina, ma brucia,
Come l'arte. Dà gioia, appagamento, apre sogni. Dà anche, vertigini, a volte.


Giorgio Di Genova
2006

Luciano Pea, fa una pittura di forti valenze liriche restituite attraverso l’utilizzo di colori-spazio impregnati di luce e di penombre che si espandono sulle superfici, rese atmosferiche e non di rado liquide dalla loro dilatata impalpabilità. Per lo più i suoi dipinti sono gli incontri differenziati di due tonalità, incontri che formano una sorta di orizzonti, per cui sembra di trovarci di fronte a paesaggi della coscienza dai cui cieli possono piovere misteriose striature. Quello di Pea è un paesaggismo psicologico e nient’affatto ottico, ossia è un perenne scrutamento della diffusione della luce, che, interiorizzandosi, si tramuta in foschie colorate, foschie che permangono anche quando l’ottica del vedutismo della lontananza di Luciano Pea annotta.  




Marcello Riccioni
2008

L’ELEGANZA DELL’INFINITO
L’orizzonte come ultimo traguardo di colui che mira ad osservare. Al termine di un viaggio forse sopraggiunge il senso lieto della fine. Desiderio di girarsi a retro per conoscere ciò che per sorte non si è visto a fondo. Poi ancora avanti. Pochi oramai gli orizzonti a noi disponibili. Sguardi immersi in gabbie cementificate dove a stento s’intravedere la cima di una montagna; in cui con sempre più difficoltà trasuda il rumore o il profumo di un campo aperto, d’un’onda marina, del vento stesso. Deserto vissuto come luogo di morte e agognata solitudine. In quel deserto dove lo stesso Cristo ha scacciato il demonio, in quel mare di sabbia in cui solitudine è concetto integro di abbandono, calura, sofferenza. Torpore improvviso quando dallo spazio concatenato gli occhi si trovano a misurare luoghi a loro non consueti. Ecco ciò che meglio salverebbe il centro primario della vita: una riappacificazione gentile con la madre terra; riemersione del genio vitale che in letargo con sempre più ragione è ibernato in attesa di scongelamento. I luoghi senza cornice misurati da Pea sono un discorso unico ed inequivocabile. Reazione al torpore, rivolta alla consapevolezza raggiungibile attraverso un salto metafisico, onirico, oltre ogni barriera conscia; oltre ogni immutabile consapevolezza della gabbia contenitrice. Oltre quel salto vive il tramonto, così come l’alba, di cieli che imperterriti vibrano la loro vita, scandiscono i loro tempi, aprono le loro porte ai primari valori primordiali: Terra, acqua, fuoco. Il tutto scandito da esigenze cromatiche che per necessità soffiano sopra veli che tremano e vivono nella consapevolezza del palpabile, l’immediato percepito; l’eleganza dell’infinito. Tornano in mente i giorgionismi, sacre conversazioni con la natura scandite da tinte tiepide, effetti ad acquario in cui galleggiano sospiri e molli presenze. La pittura tonale tutta rivolta allo sfumato, attenta a condividere la forma con l’ambiente contenitore qui diviene punto focale d’ingrandimento. Parliamo allora di “peismi”, per raccontare il percorso alto e maturo di un artista che poco ha di occidentale moderno. Nelle sue dinamiche vive il concetto più alto ed intenso di “effetto”; quello dove nasce la vita dalla quiete, l’origine del moto. Perché in Pea tutto è origine. Poi la causa: quella stessa materia che lentamente dipana sulla superficie e si trasforma in forma riconoscibile. Aspetti del vissuto e del percepito, paesaggi all’origine di ogni materia, primi ingressi al mondo non ancora incatenato; il miracolo della fonte che trascorre nelle visioni embrionali dove le tinte sgrassano dai rossi e dai lapislazzuli, dalle terre e dagli oltremare, dagli ocra e dai pigmenti che così stesi divengono trasparenze, luoghi non riemersi perché incantati ancora dall’inizio del moto. Difficile descrivere la percezione. Impensabile penetrare l’immagine chiara e brillante della sua opera. Nitida e spontanea sincerità, quanto umile passaggio di spatola e pennello che non scolpisce il colore inesistente. Pura visione. Puro cammino, franco e semplice in cui il deserto percepito è inizio alla vita e non già come detto mare di sabbia e solitudine. Non esseri animati negli incanti del descrittore muto, nessuna presenza inquinatrice. Semmai impronte di assenze. Ho detto e ripetuto l’origine del mondo. Ho ammesso l’esistenza di porte, introduzioni ad una forse esistenza che rivendica la purezza. Ma se questa fosse invece la fine? O uomo senza senso e diletto cieco all’orizzonte unica fonte di libertà! Povero stolto. Ammetti la tua inesistenza, la tua impossibilità a percepire l’eleganza dell’infinito.

Annalisa Ghirardi

2008


"...Ma i veri viaggiatori sono soltanto quelli
che partono
per partire; cuori leggeri, simili a
palloncini,
non si allontano mai dal proprio destino
e senza sapere perché, dicono ogni volta:
Andiamo !
Sono quelli i cui desideri hanno la forma di nuvole,
quelli che sognano, come fa la recluta con il cannone,
piaceri immensi, mutevoli, sconosciuti,
di cui l'animo umano non ha mai conosciuto il nome! ..."
                  Charles Baudelaire, Le voyage in Le fleurs du mal


L’Artista predispone con dovizia e precisione tutti i suoi strumenti: la matita, le tele, i pennelli, i colori, come ha già fatto tante volte prima di iniziare un nuovo percorso pittorico.

Sempre è per lui come un viaggio, un lungo viaggio di esplorazione nel tempo e nello spazio: dalla ricerca dei megaliti preistorici, Menhir, alle Porte d’aria, d’acqua e terra, sino alla  sublime percezione della morte tra le braccia del maelstrom dei mari del Nord di Edgar Allan Poe.
Sono percorsi immaginari, ma alquanto reali per chi sa concedersi al trasporto della mente: galera capace di salpare senza sosta, che ci conduce in ogni luogo, portandoci  nelle zone di frontiera e oltre i confini del tempo, oltre le leggi fisiche (ma che sa anche essere nostra galera nella duplice accezione del termine: galea e prigione).
Luciano Pea è pilota, o meglio aereo -sulla suggestione del romanzo di Del Giudice- tanto che alcuni suoi paesaggi sono ‘vision oblique’, ma anche marinaio, preferendo talvolta un tragitto via acqua, come quello sul ponte di Argo, o ancora viandante, percorrendo la strada coi piedi per terra, ma con lo sguardo rivolto lontano.
Là in lontananza, visibili, ma irragiungibili, sono i suoi orizzonti: tangibili chimere alle quali protendiamo.
É ora la ricerca di Argo quella che l’Artista rivive. Tra suggestioni letterarie, che certo non mancano nel bagaglio di Pea: carlinga, stiva o valigia che esso sia e sensazioni provate, vissute sulla propria pelle, sentite nel corpo e nel pensiero. I suoi spazi sono infatti fuori e dentro di noi, sono visioni e percezioni. Sono gli spazi della vita stessa, tra ipogeo e apice dell’universo, nei quali anche la sessualità, palesata talvolta nell’opera dell’Artista con velati simboli, trova una sua collocazione, in quanto essa, oltre che ovvia genesi, è viatico per lo smarrimento. Non manca tra l’altro nemmeno nel viaggio degli Argonauti una coppia generativa: Giasone e Medea.
Argo è il vascello che ci conduce, come già condusse gli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, nonché Argo è il nome del suo costruttore, ma anche quello del figlio di Frisso e Calciope, naufrago salvato dagli Argonauti stessi. Ed ancora Argo è il cane di Ulisse, ma anche il gigante dai cento occhi, oltre che eponimo della città che prese il nome dal suo re.
Argo siamo noi: le nostre costruzioni, i nostri mezzi di trasporto, i nostri percorsi, le nostre pulsioni e le tensioni, ma anche i nostri mostri e le nostre paure.
L’impresa della ricerca del vello d’oro di fatto non è un viaggio individuale, quanto più un viaggio universale, come quello degli stessi Argonauti, entro il quale gruppo non mancavano, affianco alle qualità più terrene, quelle legate allo spirito e alla magia.
Là, nei lontani spazi, s’intravede una vaga immaginaria forma di ciò che cerchiamo, ma a noi è ignota la sua natura, la sua essenza. Non siamo infatti come Giasone che trovò il vello d’oro, ma quanto piuttosto come gli alchimisti che per la tutta la vita cercano con ardore la pietra filosofale.

Alla fine del lavoro l’Artista appoggia i pennelli, ripone i colori e osserva: si allontana, si avvicina e riallontana. I suoi paesaggi sono lì: materiali, presenti, ma nel contempo visioni effimere di spazi uditi, visti e toccati attraverso la mente.
Miraggi, suggestioni di spazi che l’arte può solo alludere, ma che attraverso l’arte possono essere vissuti.  

“Il volo migliore è senza dubbio quello della mente, non richiede mezzi di trasporto sofisticati né brevetti o abilitazioni, ma soltanto l’attitudine ad essere piloti di se stessi, della propria fantasia”
                                                                          Del Giudice, Staccando l’ombra da terra





Franco Migliaccio
2001
“L'ultimo ciclo di lavori di Luciano Pea trova il conforto di una cifra stilistica non solo oramai pienamente raggiunta, ma anche improntata all'originalità e ad una raffinata proprietà nell'uso dei mezzi espressivi. Si tratta di paesaggi evocativi, soffusi di brume e vapori di natura. Le opere possiedono la lievità del sogno, sono eteree e ambigue; quell'ambiguità che in arte è il sale del mistero, dell'indecifrabile, di tutto ciò che, beneficamente, non si presta ad una lettura univoca. L'artista ottiene ciò con colori leggerissimi, opachi e trasparenti insieme; con oli usati come fossero acquerelli e che, come tali, hanno bisogno del supporto cartaceo Questa miscela è il substrato su cui innestare nuove soluzioni, nuove potenzialità espressive, inedite risoluzioni che hanno il pregio dell'intensità e di una carica emozionale che induce ad un soave abbandono, al trasporto della fantasia che viaggia con ali leggere, anzi leggerissime. In questi sogni ad occhi aperti il tempo non fluisce; tutto appare come ovattato da un silenzio assoluto e perentorio, primordiale e metafisico; la luce, punto di forza di tutte le opere di Pea, fra brume malinconiche e schermi naturali (isole, montagne o folti intrichi vegetali che siano), coglie e immortala


Giampiero Guiotto

2003

Oggi pomeriggio alle 18 al Punto Einaudi di via Pace 16/a di Brescia, si inaugura la mostra "Maelström". La personale del pittore e incisore bresciano Luciano Pea espone opere realizzate con le classiche tecniche dell’acquaforte, dell’acquatinta e tecniche miste, dedicate al racconto "Una discesa nel Maelström" di Edgar Allan Poe. La mostra resterà aperta fino al 3 maggio.
«Non c’è mai stata un’epoca che non si sia sentita, nel senso eccentrico del termine, moderna e non abbia creduto di essere immediatamente davanti ad un abisso. La lucida coscienza disperata di stare nel mezzo di una crisi decisiva è qualcosa di cronico nell’umanità». La percezione di sentirsi in ogni tempo «moderni», ma sempre sull’orlo del precipizio, come sostiene Walter Benjamin, è dunque qualcosa di irrimediabile. La cronicità della crisi e la perenne scoperta di abissali voragini sembrano far parte di quel «rapporto di ostilità», di cui parlava Schopenhauer, che da sempre esiste tra uomo e cose, tra Io e mondo. In questo rapporto ostile gli spettacoli disastrosi e spaventosi della Natura sono talmente paurosi da risultare belli, sublimi . La filosofia e l’arte del ’700 incontrano per prime la fascinazione delle forze estreme della Natura, che poi viene sostituita da quella delle forze estreme della metropoli e della macchina. È il brivido del «sublime», dell’estremo che attrae e terrorizza. Nel nostro presente questa fascinazione è affidata alla tecnologia. L’esperienza dell’eccesso postmoderno, drogata dalla merce sintetica, esaltata dalla tecnica, illuminata dall’elettronica, sembra riprodurre quello che Mario Costa definisce l’inedita vertigine del «sublime tecnologico». La tecnologia, per sua natura obsolescente in quanto segnata dalla necessità di una continua sostituzione, potrebbe fornirci questo nuovo sublime di ambigua fascinazione.
Stupisce che nel nostro tempo in cui tecnologia ed elettronica mettono a disposizione dell’artista 16,2 milioni di colori - contro la tavolozza dei 94 degli impressionisti - un artista come Luciano Pea utilizzi solo il bianco ed il nero ed una tecnica del tutto tradizionale, qual’è l’incisione. Ma la cosa che maggiormente colpisce è la ricerca dell’abisso, consueto dispositivo del sublime che Pea ritrova nei racconti di Edgar Allan Poe, ma che rilegge attraverso uno spostamento di attenzione dal sublime all’epifanico.
A Pea non interessano l’arte e la letteratura citazioniste. Egli sceglie piuttosto di ribadire l’idea di arte come poesia ed evocazione. L’incontro tra arte e letteratura è quindi un momento non vincolante, ma occasione per liberare il senso del mistero, per assaporare l’incubo ed il brivido fantastico ed allucinatorio di Poe, che vengono distillati in segni grafici.
Ne «Una discesa nel Maelström» , Poe presenta un mondo «altro», minaccioso e nel contempo affascinante, insidiosamente simile al nostro. Lo scrittore vuole far credere al lettore che lo scatenarsi di fenomeni cupi, oscuri e paurosi rientri nell’ambito dello straordinario e dell’eccezionalità: un immenso vortice marino si spalanca improvvisamente ed inghiotte, come un orrido buco nero, navi, uomini, detriti, onde.
Poe carica la realtà di componenti incongrue e visionarie, ma non approda mai al sovrannaturale, costringendo in tal modo il lettore a contattare una realtà eccessiva, mostruosa, intollerabile, che è solo letteraria e ciò nonostante assai vicina al mondo reale.
Gli elementi apparentemente secondari del racconto di Poe, quali «il buio di pece», «la muraglia nera del vortice», «i capelli di un nero corvino» che l’esperienza renderà bianchi, lo spumeggiare del mare, vengono recepiti da Luciano Pea come segni di contrasto cromatico, spaziale e stilistico. La precisione quasi matematica del testo letterario riprende vita in Pea in un calibrato incastro di minuziosi segni incisi, profondi e calcolati, precisi ed imprecisi ma tutti tendenti all’armonia e all’equilibrio.
Attraverso una composizione stretta e verticale, che riflette la caduta vorticosa, l’artista mostra i vari livelli di profondità ricorrendo a riduzioni o ampliamenti di bande di nero e di bianco o introducendo stacchi, pause, parti non incise, silenzi di grande efficacia.
Appeso ad un filo, un piccolo punto nero, speculare al grande vortice, osserva affascinato l’evento allucinato di cui esso stesso è parte involontaria. Lo spazio totalmente oscurato si contrappone poi al bagliore lunare diffuso, a segnalare il passaggio emozionale del riapparire della luce in tanto buio profondo. L’essenzialità delle forme, ottenuta però attraverso una minuziosa abilità del segno, si staglia su sfondi neri o bianchi che esaltano la ricchezza segnica, conferendole una meditata aura esistenziale.
La discesa al Maelström di Poe, che Pea ripercorre, è in realtà un viaggio epifanico. Chi lo compie torna del tutto cambiato da un’improvvisa rivelazione. Non è però un viaggio di perlustrazione o di scoperta del luogo sconosciuto, ma l’eccezionale precipitare al centro dell’abisso, una sorta di discesa agli Inferi di Enea e di Ulisse, o di viaggio verso il centro del labirinto compiuto da Teseo, dal quale l’eroe ritorna del tutto mutato e consapevole. È proprio nel cuore del labirinto che si manifesta quella verità oscura ed inattingibile che tutte le altre ricerche non sono state in grado di rivelare.
Questa «verità», a cui la letteratura e l’arte aspirano, è il flusso della vita, profondo ed invisibile, che può essere colto solo con una discesa nel sommerso. La discesa di Poe, spinta da curiosità filosofica e scientifica, accompagnata però da quel «senso estetico per eccellenza» che già Baudelaire gli riconosceva, diviene in Pea attonita percezione del flusso della vita, sorpresa visione di un mondo oscuro che l’arte può almeno a tratti evocare ed illuminare.


Luisa Ambrogi

2003

Si entra in “punta di piedi”dentro le opere di Luciano Pea,
lasciando spazio al silenzio dell'animo dopo l'esplosione di
intense emozioni.
La luce gioca con le cose e l’ombra si stacca dalla terra,
si nasconde, ricompare, esce dall'opera per rientrarvi in un
tracciato impalpabile che si delinea tra le pieghe materiche
del colore. In colore stesso gioca con la luce creando le “ombre”
di silenziose attese dell'animo, di gioiose luminosità vitali, di
finiti spazi sognanti.
Tutto e proteso, sospeso nell'aria, fino a farsi palpabile,
visibile e penetrante, fino a lasciare improvviso, talvolta
addirittura lacerante il segno.
Il ritmo inizia allora a vibrare, a creare risonanze antiche e
nuove che investono l'aria, perforano i sensi, trascinandoli
in palpitanti amplessi d'insieme.


Mauro Abati

2000

La pittura di Luciano Pea e un costante confronto tra aria e
materia, ma è un confronto che si risolve nella loro fusione:
I'aria e più densa; la materia ha legami meno intensi. Dunque
l'aria non e trasparente ma consta. di sfuma1i spessori fine-
mente granulosi, per questo trasmette la continua diversità
termica del presente: il freddo, il caldo, l'attesa; la vaga esplo-
razione. E’ l'aria la vera protagonista, un’aria che si confonde
con l'aura dell’essere che vive, dato più esterno della materia;
dove l'aria e l'aura vitale s’incontrano sbocciano soli soffusi. A
volte c'e una di\1sione più netta di piani tra il qui e l'oltre, ma
anche questi piani partecipano della rarefazione e si scopre
cosi’ che quell’oltre non ha che la concretezza del sentimento
e per questo può essere in un gioco di specchi, più dentro,
ben più in qua; ci può riguardare intimamente. Nonostante si
parli di arie, di atmosfere, la materia non si fa dimenticare:
l'aria e fatta. di polveri, il supporto rivela a tratti la propria na-
tura, una pressione più intensa conserva nell’orma la trama
dell’oggetto che l'ha causata. A volte, dunque, c'e una presen-
za più marcata: il colore inciampa nell'impronta. o si tratteggia
una linea; un ombelico, un suono rimasto che mantiene la
forma della gola che l'ha prodotto poco prima di andar per-
duto, di farsi solo fiato. O forse queste tracce sono impronte
lasciate dal1o sguardo; infatti, la pittura di Luciano e tutta
da vedere (oltre che da annusare con la punta. delle dita) .

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