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Mauro Corradini, Pia Ferrari, Giorgio di Genova, Anna Lisa Ghirardi, Giampiero Guiotto, Fausto Lorenzi,

Franco Migliaccio, Carmela Perucchetti, Marcello Riccioni, Vanda Sabatino, Mariella Segala.

Mariella Segala

2011

Il percorso di Luciano Pea ha inizio con la profonda conoscenza dell’arte cinetica e programmata, dove prevale l’aspetto scientifico nell’esecuzione dell’opera ma questa corrente artistica ha trascurato ciò che è il sentire umano, l’artista quindi acquisisce la razionalità del cinetismo e la trasla nella sua pittura evocativa, compie un lavoro di dissoluzione della compattezza della pittura, arriva a dipingere ciò che determina “la sensazione palpitante di vita”, ciò che è infinitamente minuto, mobile e leggero.
Sono albe o tramonti, terrestri o lunari, paesaggi dell’anima dove emerge la luce in tutta la sua vibrante concretezza fisica. E’ un lavoro fatto di disciplina e costanza che comporta un esercizio quasi matematico, in grado di creare luoghi evanescenti in cui si è avvolti da un velo di particelle minutissime di umori e sensazioni, un pulviscolo d’atomi; atmosfere allo stesso tempo vaporose, impalpabili, definite e precise.
La sintesi potente del suo lavoro si trova in una poesia appesa nel suo studio -Piccolo Testamento di Eugenio Montale- nei cui versi le tracce luminose d’immagini fragili si contrappongono alla visione buia e apocalittica di un Lucifero bituminoso: “il tenue bagliore strofinato laggiù non era quello di un fiammifero”. Ci si salva in ciò che c’è di più fragile, sono le cose che paiono destinate a finire che alimentano la fiducia, è nelle tracce più lievi che si trovano i valori morali. E così è la pittura di Luciano Pea, che ha in sé la leggerezza della meditazione che sfida e annienta la bruttura e pesantezza estetica e morale in cui l’uomo è precipitato; una pittura che è lotta all’opacità della vita e che un artista come Pea riesce a vincere.


Vanda Sabatino

2010

“Alla nostra immaginazione piace essere invasa da un oggetto, afferrare cose troppo grandi per la sua capacità. Veniamo gettati in un piacevole stupore da visioni illimitate e quando le percepiamo, sentiamo nell’anima una deliziosa calma attonita.”
John Addison


Effemeridi è un titolo che Luciano Pea ha già usato per le proprie opere, nelle rappresentazioni di alcune stelle o di apparizioni brevi.
Il termine generalmente fa riferimento a pubblicazioni periodiche, soprattutto di carattere letterario o scientifico. Particolarmente affascinanti sono le effemeridi astronomiche, tavole numeriche, che forniscono le coordinate degli astri, utili alla navigazione. Questi stessi studi vengono consultati anche dagli astrologi. Ognuno vi può trarre la propria verità, sia a livello scientifico che metafisico.
In questa mostra, una selezione di pastelli e olii prodotti dal 2006 a oggi, Effemeridi sono diari di viaggio. La registrazione periodica dello scorrere della vita: emozioni, pensieri e visioni. Opere che assumono più intensità e luminosità se osservate con la coda dell’occhio, come avviene talvolta nell’esplorazione di certe stelle, tra cui le Pleiadi. L’artista suggerisce una visione laterale, più poetica, per riuscire a cogliere aspetti che il nostro occhio razionale solitamente non vede. I colori utilizzati raccontano spesso di un altro colore, delle sue sfumature, quasi soffiate. Diafane apparizioni anche quando l’ispirazione nasce da paesaggi concreti, trasfigurati dalla memoria. Talvolta sono suggestioni di luoghi narrati dagli scrittori, realmente visti o semplicemente inventati e creati dalla loro penna. La lettura per Luciano sostituisce un viaggio e diviene suggestione artistica. “Non amo viaggiare, poche volte lo faccio. Amo però raccontare ciò che anch’io ho percepito come racconto da altri ed ho fatto mio come se lo avessi vissuto. Penso al viaggiatore come a un raccoglitore di figurine da incollare sull’album. A volte si tratta solo di uno spostamento fisico: quasi una statistica per valutare le capacità in relazione al tempo: gente con il cartellino che ha fretta di timbrare.”
Mentre in lui non si avverte mai la fretta! Nei suoi quadri si respira calma, pazienza nei gesti e aria di spazi infiniti e silenti.
Il suo lavoro solitamente si sviluppa per cicli: Il viaggio degli argonauti, alla ricerca del vello d’oro; Staccando l’ombra da terra, un modo lirico per accennare al volo, citando un titolo di Daniele Del Giudce; Menhir per rappresentare i complessi meccanismi di incontro col divino. Recentemente, indagando il tema della Luce, dovendo descrivere Dio, si è sentito costretto ad abbandonare gli strumenti del pittore: “qui i pennelli non servono più a costruire”. Solo una nuvola tempestosa e poi colore libero appoggiato sulla tela. Non il colore usato come materia-oggetto, nel raccontare storie più umane che misteriose. Ma il colore puro come espressione delle possibilità del Tutto. “Amo evocare la materia senza trattarla, perché la pittura non è follia, né misticismo”.
La ricerca di Luciano Pea, in un percorso bilaterale e ambivalente fra Dio e l’uomo, ha molto di ineffabile anche quando le opere non sono di natura metafisica.

 

 

Pia Ferrari

2010

dal catalogo NELLA MANO DEL TEMPO

I capitoletti sui lavori di Luciano Pea si aprono con immagini di colori e luci, tratte dall’Iliade e dall’0dissea. Sono momenti che accompagnano le grandi imprese ed i viaggi degli eroi omerici, quando, per un momento, tutto si raccoglie e si placa nella contemplazione di qualcosa che sovrasta le azioni. Dalle navi, dalle spiagge e dagli accampamenti nella sabbia arsa, le armi appaiono come bagliori e la natura all’alba si manifesta sempre immutabilmente rosea, sia agli dei che agli uomini, accomunandoli in un’unica origine. Nei dipinti di Pea mi pare di ritrovare simili sospensioni dello spazio e del tempo, dove è possibile meditare in modo quasi assoluto e teoretico, alternate ad aperture narrative che suggeriscono geografie, esili riferimenti a luoghi che potrebbero esistere.

Il luogo e il punto
...dove una casa bellissima negli abissi del mare gli sorge, d’oro, scintillante, per sempre indistruttibile.
(Omero, Iliade, XIII, 21-22)
…ma quando poi si nascose il lucido raggio del sole, essi, volendo dormire, andarono a casa ciascuno, dove a ciascuno la casa Efesto ricco di gloria ha fabbricato. E Zeus andò al suo letto, l’olimpio che abbaglia col lampo, là dove sempre dorme, quando il sonno dolce lo prende: e qui salito si stese; e vicino Era, dall’ aureo trono.
(Omero, Iliade, I, 605-610)
Al centro delle composizioni di Pea esiste quasi sempre il punto: come in geometria, sembra rappresentare l’origine, così privo delle dimensioni perché il suo colore si stempera negli altri attorno. Dal punto, che è sole, luna, ricordo, segno topografico, o simbolo, parte e muore tutto. La posizione del punto segna il momento e il luogo. E il luogo è l’insieme di tutto ciò che esiste, è la materia distribuita nello spazio e nel tempo. Con la certezza di una visione soffusa si svolgono variazioni dipinte ed incise, dove i punti possono diventare due, tre e colorarsi, lontanamente divenire ricordi di natura, esplosioni leggere che si inabissano o si innalzano.

Il vuoto e la luce
…e mosse, simile al lampo che il figlio di Crono afferra e vibra dall’Olimpo splendente, dando segno ai mortali; i raggi di quello scintillano.
(Omero, Iliade, XIII 243-245)
… nel cielo si è rotto l’etere immenso, si vedono tutte le stelle;
(Omero, Iliade, VIII 559)

I luoghi evocati nei quadri di Pea sono sostanzialmente immoti, perché in essi tutto scompare in breve: sono universi che molti possono aver visto, se hanno guardato in silenzio posti non riempiti di voci. In essi colpisce l’assenza di persone e cose, e l’apparente vuoto. La luce però li riempie e si sostituisce ai rumori come un suono diffuso. La luce nasce dal vuoto. Nell’Iliade e nell’Odissea le luci scandiscono gli avvenimenti: ogni battaglia si placa col sonno e la mancanza di luce, ogni azione ricomincia con la luce rosata dell’aurora, ogni apparizione eroica è preceduta da bagliori improvvisi di metalli lucidi. L’assenza permette il ricordo e la luce permette di guardare. E il vuoto, alla fine, non esiste.

Il momento e il colore
…Le navi correvano molto veloci: un dio spianò il mare dai grandi abissi
( Omero, Odissea, III, 158-159)
Quando mattutina apparve aurora dalle rosee dita, aggiogarono i cavalli e salirono sul carro di vari colori.
(Omero, Odissea, III492- 493)
Il sole calò e tutte le strade s’ ombravano
(Omero, Odissea, III, 487)
Il colore si crea passando. L’occhio del viaggiatore scorre su cielo, mare, nuvole e terra. Lo sguardo stende veli. L’occhio dell’uomo, nell’antichità come oggi, luccica per meraviglia, o si inumidisce, leggermente bagnato di lacrime, o appena desto è ancora leggermente appannato. Anche guardando la natura dipinta si ricavano simili sensazioni: si immagina una nave scorrere lentamente, un uomo guardare il momento in cui sorge il sol
e, o quello in cui si immerge nell’acqua. Il momento è assoluto.

 

Mauro Corradini

2009

“ sembiante”
Quella ricerca della luce vitale di Luciano Pea
La terra è ridotta a un lieve sussurro sulla base dell'opera

C'è un'arte che grida, effervescente, cantante; «la sua voce volentieri la si ascolta. Bello è il suo viso» scriveva Brecht; ma c'è anche un'arte che riflette, si rifugia nel mestiere, crede che la creazione nasca da un'idea che prende forma e poesia perchè si sanno utilizzare un materiale e la tecnica per esprimerlo. Credo che la ricerca di Luciano Pea, incisore e pittore, docente alla LABA, sia da leggere sotto quest'ultima luce. Anzi, il ciclo con cui si è proposto alle pareti della galleria della sua accademia sembra voler rinforzare, quasi puntigliosamente, il fare pittura; la pennellata si vede, e si vede bene, gli accostamenti cromatici (per armonia e/o disarmonia) si vedono ugualmente bene, così come la sua ricerca, su una luce che irradiandosi apre se stessa allo spazio intero che la circonda.
Non so i titoli che Luciano utilizza: paesaggi si direbbero i suoi ampi spazi, dominati da un astro che domina il vasto cielo, mentre la terra è ridotta ad un lieve sussurro sulla base dell'opera. Metafora forse dell'essere, considerato che sempre la luce in pittura è per tradizione simbolo specifico ( e speciale). E poi i lievi movimenti dell'atmosfera, un'irradiazione che sembra dilatarsi seguendo non il ritmo della fonte luminosa, ma quello dello sguardo, come se la tela fosse un'apparizione in progress. Sarebbe stato facile seguire la mano e l'abilità della mano per disegnare cieli barocchi;invece no. Tutto ritorna a misura, ad un ordine cercato per dare centralità alla luce, trascrivere con essa il silenzio. Anzi, segnare il cielo per dici che è dipinto, che non è vero, rovesciare con la sola pittura il «questo non è una pipa» di magrittiana memoria. La pittura non cerca la sincerità, ma la verità.
E la verità viene dai simboli delle nostre paure vane, dai ritmi intensi dello sguardo che si affissa sulla luce fino a non vedere più nulla: la verità, ammonivano durante la secessione viennese, alla fine dell'altro secolo, prima del nostro appena finito, è come il fuoco: illumina, ma brucia. Come l'arte. Dà gioia, appagamento, apre sogni. Dà anche, vertigini, a volte.

Galleria Spazio espositivo per l’arte contemporanea LABA. Casa dei Palazzi piazza
del Foro, 2): Luciano Pea,” Sembiante”
Bresciaoggi 26 marzo 2009.

 

Mauro Corradini

2009

Tra solarità e sottile inquietudine, il mondo di Luciano Pea; sia che si muova con una inesauribile perizia sui percorsi della colcografia, sia che affronti la pittura, con i suoi oli, Pea sembra voler penetrare la natura colta nei suoi tratti essenziali, il cielo, l’orizzonte, la vasta e nuda superficie della terra che prelude al limite estremo. Forse solo attraverso il concetto di limite comprendiamo l’artista, il suo muoversi quieto e lento su quest’incontro tra terra e cielo, sulla linea leggermente convessa che esprime il nostro leggere il mondo; e l’orizzonte è ad un tempo limite e confine, ma anche luogo di transito e linea di passaggio verso l’Alto; l’orizzonte è il nostro essere nel mondo, metafora dell’esistere, dove tutto si raccoglie per indicare un obbiettivo e una meta, ma anche un luogo ultimo di incanto e di trapasso. Ha superato ogni limite naturalistico, il nostro Pea; del resto nasce nella stagione in cui l’informale e i suoi esiti sono ormai superati; contemporaneamente non accetta la riduzione della pittura a quel muoversi inquieto delle cromie minimaliste, alle suggestioni della piccola traccia; che al contrario Pea esalta, innalza a pretesto di indagine sia come luogo della pittura (o del segno quando incide), sia come luogo di una memoria che si fissa nello sguardo e viene dalle nostre ansie deformato e mutato. Ad un tempo attento a non mutare la natura e contemporaneamente attratto dal fascino dell’ignoto, del mistero, che si coglie nei vuoti dell’immaginazione. Metafora ampia, se vogliamo, dell’arte di oggi, alle prese con una metà irraggiungibile, spesso solo intravista, ma attraente perché misteriosa; allora in queste riflessioni sullo spazio, in questa rilettura della pianura (non sembri casuale l’origine), la pittura scopre l’orizzonte come luogo del transito, come il trampolino per un balzo verso l’altrove, verso un Oltre che non conosciamo, ma desideriamo perché sorprendente nei confronti di una quotidianità non certamente esaltante. Ed è forma, anche questa, per parlare di arte come pedagogia della vita, per ridare all’arte una funzione che il consumo tende a togliere.

 

Fausto Lorenzi

2009

Luciano Pea esegue dipinti e grandi incisioni come colate di luce e buio che paiono
affondare in un “paesaggio internato” in una luminosità oscura “ una vischiosità vitale
e allucinata in cui strappare residui di avventure umane e letterarie e remote reliquie di luce.

 

Anna Lisa Ghirardi

2007

"... Ma i veri viaggiatori sono soltanto quelli
che partono
per partire; cuori leggeri, simili a
palloncini,
non si allontano mai dal proprio destino
e senza sapere perché, dicono ogni volta:
Andiamo!
Sono quelli i cui desideri hanno la forma di nuvole,
quelli che sognano, come fa la recluta con il cannone,
piaceri immensi, mutevoli, sconosciuti,
di cui l'animo umano non ha mai conosciuto il nome! ..."


Charles Baudelaire, Le voyage in Le fleurs du mal


L’Artista predispone con dovizia e precisione tutti i suoi strumenti: la matita, le tele, i pennelli, i colori, come ha già fatto tante volte prima di iniziare un nuovo percorso pittorico. Sempre è per lui come un viaggio, un lungo viaggio di esplorazione nel tempo e nello spazio: dalla ricerca dei megaliti preistorici, Menhir, alle Porte d’aria, d’acqua e terra, sino alla sublime percezione della morte tra le braccia del maelstrom dei mari del Nord di Edgar Allan Poe. Sono percorsi immaginari, ma alquanto reali per chi sa concedersi al trasporto della mente: galera capace di salpare senza sosta, che ci conduce in ogni luogo, portandoci nelle zone di frontiera e oltre i confini del tempo, oltre le leggi fisiche (ma che sa anche essere nostra galera nella duplice accezione del termine: galea e prigione). Luciano Pea è pilota, o meglio aereo - sulla suggestione del romanzo di Del Giudice - tanto che alcuni suoi paesaggi sono ‘vision oblique’, ma anche marinaio, preferendo talvolta un tragitto via acqua, come quello sul ponte di Argo, o ancora viandante, percorrendo la strada coi piedi per terra, ma con lo sguardo rivolto lontano. Là in lontananza, visibili, ma irragiungibili, sono i suoi orizzonti: tangibili chimere alle quali protendiamo. É ora la ricerca di Argo quella che l’Artista rivive. Tra suggestioni letterarie, che certo non mancano nel bagaglio di Pea: carlinga, stiva o valigia che esso sia e sensazioni provate, vissute sulla propria pelle, sentite nel corpo e nel pensiero. I suoi spazi sono infatti fuori e dentro di noi, sono visioni e percezioni. Sono gli spazi della vita stessa, tra ipogeo e apice dell’universo, nei quali anche la sessualità, palesata talvolta nell’opera dell’Artista con velati simboli, trova una sua collocazione, in quanto essa, oltre che ovvia genesi, è viatico per lo smarrimento. Non manca tra l’altro nemmeno nel viaggio degli Argonauti una coppia generativa: Giasone e Medea. Argo è il vascello che ci conduce, come già condusse gli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, nonché Argo è il nome del suo costruttore, ma anche quello del figlio di Frisso e Calciope, naufrago salvato dagli Argonauti stessi. Ed ancora Argo è il cane di Ulisse, ma anche il gigante dai cento occhi, oltre che eponimo della città che prese il nome dal suo re. Argo siamo noi: le nostre costruzioni, i nostri mezzi di trasporto, i nostri percorsi, le nostre pulsioni e le tensioni, ma anche i nostri mostri e le nostre paure. L’impresa della ricerca del vello d’oro di fatto non è un viaggio individuale, quanto più un viaggio universale, come quello degli stessi Argonauti, entro il quale gruppo non mancavano, affianco alle qualità più terrene, quelle legate allo spirito e alla magia. Là, nei lontani spazi, s’intravede una vaga immaginaria forma di ciò che cerchiamo, ma a noi è ignota la sua natura, la sua essenza. Non siamo infatti come Giasone che trovò il vello d’oro, ma quanto piuttosto come gli alchimisti che per la tutta la vita cercano con ardore la pietra filosofale. Alla fine del lavoro l’Artista appoggia i pennelli, ripone i colori e osserva: si allontana, si avvicina e riallontana. I suoi paesaggi sono lì: materiali, presenti, ma nel contempo visioni effimere di spazi uditi, visti e toccati attraverso la mente. Miraggi, suggestioni di spazi che l’arte può solo alludere, ma che attraverso l’arte possono essere vissuti.


“Il volo migliore è senza dubbio quello della mente,non richiede mezzi di trasporto sofisticati né brevetti o abilitazioni, ma soltanto l’attitudine ad essere pilotidi se stessi, della propria fantasia”
Del Giudice, Staccando l’ombra da terra

 

Marcello Riccioni

2007

l'eleganza dell'infinito

L’orizzonte come ultimo traguardo di colui che mira ad osservare. Al termine di un viaggio forse sopraggiunge il senso lieto della fine. Desiderio di girarsi a retro per conoscere ciò che per sorte non si è visto a fondo. Poi ancora avanti. Pochi oramai gli orizzonti a noi disponibili. Sguardi immersi in gabbie cementificate dove a stento s’intravedere la cima di una montagna; in cui con sempre più difficoltà trasuda il rumore o il profumo di un campo aperto, d’un’onda marina, del vento stesso. Deserto vissuto come luogo di morte e agognata solitudine. In quel deserto dove lo stesso Cristo ha scacciato il demonio, in quel mare di sabbia in cui solitudine è concetto integro di abbandono, calura, sofferenza. Torpore improvviso quando dallo spazio concatenato gli occhi si trovano a misurare luoghi a loro non consueti. Ecco ciò che meglio salverebbe il centro primario della vita: una riappacificazione gentile con la madre terra; riemersione del genio vitale che in letargo con sempre più ragione è ibernato in attesa di scongelamento. I luoghi senza cornice misurati da Pea sono un discorso unico ed inequivocabile. Reazione al torpore, rivolta alla consapevolezza raggiungibile attraverso un salto metafisico, onirico, oltre ogni barriera conscia; oltre ogni immutabile consapevolezza della gabbia contenitrice. Oltre quel salto vive il tramonto, così come l’alba, di cieli che imperterriti vibrano la loro vita, scandiscono i loro tempi, aprono le loro porte ai primari valori primordiali: Terra, acqua, fuoco. Il tutto scandito da esigenze cromatiche che per necessità soffiano sopra veli che tremano e vivono nella consapevolezza del palpabile, l’immediato percepito; l’eleganza dell’infinito. Tornano in mente i giorgionismi, sacre conversazioni con la natura scandite da tinte tiepide, effetti ad acquario in cui galleggiano sospiri e molli presenze. La pittura tonale tutta rivolta allo sfumato, attenta a condividere la forma con l’ambiente contenitore qui diviene punto focale d’ingrandimento. Parliamo allora di “peismi”, per raccontare il percorso alto e maturo di un artista che poco ha di occidentale moderno. Nelle sue dinamiche vive il concetto più alto ed intenso di “effetto”; quello dove nasce la vita dalla quiete, l’origine del moto. Perché in Pea tutto è origine. Poi la causa: quella stessa materia che lentamente dipana sulla superficie e si trasforma in forma riconoscibile. Aspetti del vissuto e del percepito, paesaggi all’origine di ogni materia, primi ingressi al mondo non ancora incatenato; il miracolo della fonte che trascorre nelle visioni embrionali dove le tinte sgrassano dai rossi e dai lapislazzuli, dalle terre e dagli oltremare, dagli ocra e dai pigmenti che così stesi divengono trasparenze, luoghi non riemersi perché incantati ancora dall’inizio del moto. Difficile descrivere la percezione. Impensabile penetrare l’immagine chiara e brillante della sua opera.Nitida e spontanea sincerità, quanto umile passaggio di spatola e pennello che non scolpisce il colore inesistente. Pura visione. Puro cammino, franco e semplice in cui il deserto percepito è inizio alla vita e non già come detto mare di sabbia e solitudine. Non esseri animati negli incanti del descrittore muto, nessuna presenza inquinatrice. Semmai impronte di assenze. Ho detto e ripetuto l’origine del mondo. Ho ammesso l’esistenza di porte, introduzioni ad una forse esistenza che rivendica la purezza. Ma se questa fosse invece la fine? O uomo senza senso e diletto cieco all’orizzonte unica fonte di libertà! Povero stolto. Ammetti la tua inesistenza, la tua impossibilità a percepire l’eleganza dell’infinito.

 

Giorgio Di Genova

2007

La caratteristica principale dell’arte contemporanea è la frantumazione del linguaggio in molteplici rivoli, per così dire, individuali. Ciò s’è determinato a causa della progressiva perdita di organicità dell’artista con la società, perdita che ha reso ogni artista il committente di se stesso. Di tale nuova situazione i risultati più evidenti sono stati da un lato la fine di una koiné che contraddistingue un’epoca e dall’altro l’estrema libertà espressiva che nel Novecento s’è a tal punto diffusa da accrescere il rapido ricambio dei linguaggi e degli stili, nessuno dei quali dal Fauvismo, Espressionismo, Cubismo, Futurismo, Astrattismo, Metafisica al Dadaismo, Surrealismo, Informale e loro derivazioni può essere indicato come connotativo del secolo, a differenza di quanto avveniva nei secoli passati, nei quali, in virtù della committenza pubblica e/o religiosa, un linguaggio era dominante, nella fattispecie, tanto per fare qualche esempio, il gotico nel Trecento, il Rinascimento nel Quattrocento, il Manierismo nel Cinquecento, il barocco nel Seicento. Con la fine del modernismo, collocata dagli studiosi alla fine degli anni Cinquanta con l’irruzione delle cosiddette neoavanguardie new-dada e pop art, è iniziata l’epoca postmoderna, nella quale tendenze, stili e linguaggi si sono intersecati. Ciò non significa che non si siano più avute koiné più fortunate e diffuse di altre, ma sempre in concomitanza con le altre e mai in maniera di preminenza definitiva. Così dall’immediato secondo dopoguerra si sono affermati il neocubismo, l’Informale ed in seguito la Nuova Figurazione, la pop art, l’Arte Povera, Concettuale, Comportamentale e via procedendo, sempre nel contesto di una convivenza con altri modi espressivi, anche non di rado taluni di volta in volta hanno incantato come sirene non pochi artisti, i quali sono passati da un linguaggio all’altro per tornare al precedente e magari scantonare in un altro ulteriore, in qualche caso addirittura nello stesso anno.
E’ chiaro che in questo caotico accavallarsi di espressioni e linguaggi per chi non possiede la bussola per orientarsi nello sterminato proliferare dei linguaggi è facile smarrirsi e non comprendere le ragioni che conducono taluni artisti a dipingere in un modo ed altri in modo differente se non opposto. E questa mancanza di comprensione è grave, poiché nell’universo artistico ogni espressione è legittima, sempre che sia un linguaggio tra i linguaggi. Cioè abbia un’autonomia pur nelle contiguità con le tendenze in atto, perché l’arte nasce sempre dall’arte, ma la produzione di un singolo per essere arte deve restituire in modi personali, arricchendo originalmente quanto assorbe dall’arte del passato e delle istanze in atto.
Ma come è possibile comprendere le ragioni dei differenti modi linguistici? Non certo attraverso singole mostre personali. Esplorare un’isola non può restituire la varietà di un arcipelago, specialmente se non si è in possesso della bussola d’orientamento di cui dicevo. Per questo da molti anni mi sono persuaso che un modo per rendere consapevoli della legittimità delle differenze linguistiche in atto, almeno per introdurre i fruitori ad una riflessione personale su tale problematica, sia più giusto proporre assieme la produzione di due artisti, meglio se di linguaggio opposto, com’è appunto il caso di Gian Piero Navarra e Luciano Pea, due voci nel contesto dell’arte d’oggi, una iconica e l’altra aniconica, ma ambedue legittime e valide, nonostante ed al di là delle differenze stilistiche ed espressive.

 

Laura Ramoino

2007

La Galleria Le Tele Tolte inaugura con questa mostra di confronto tra Gian Piero Navarra e Luciano Pea un ciclo di esposizioni dal titolo “I linguaggi dell'arte” che metterà a confronto, di volta in volta, due artisti in apparente contrasto tra loro.
La puntuale e sempre attenta analisi critica sui lavori dei due artisti, è affidata al Prof. Giorgio Di Genova.
Come curatrice e gallerista vorrei accompagnarvi nell'osservazione di questi lavori, avvantaggiata dal rapporto personale che ormai da tempo mi lega ai due artisti, tanto da rivedere nelle tele il loro modo di pensare, di essere, di vivere.
La prima impressione è che parlino due lingue completamente diverse. Non facciamoci ingannare.
Al primo sguardo i quadri di Gian Piero inquietano, non si riesce a rimanere impassibili di fronte alla forza delle sue immagini, a volte cruente e mai edulcorate da una ricerca puramente estetica.
Mostra mani drammatiche, rossi aggressivi, fili spinati e rose spezzate. Rappresenta la realtà senza filtri, ci dice che questo è il mondo in cui viviamo, ci costringe a guardare qualcosa che si preferisce, per comodità, ignorare, al contrario di Pea che lascia intravedere mondi non reali, non ciò che è, ma ciò che potrebbe essere. Navarra è un autodidatta che aggredisce la tela sulla spinta emotiva dei suoi pensieri, senza compromessi. Nei suoi lavori, dai contorni informali, non manca mai un elemento figurativo, una mano, una rosa, un volto. Non permette voli pindarici Gian Piero, vuole che vediamo senza ipocrisia. Pessimista? No, realista semmai, come lui stesso si definisce. Ma c'è la luce: la speranza, quindi, la possibile via d'uscita. Ci dice che si, il mondo non è un bel luogo dove vivere, ma possiamo fare qualcosa per migliorarlo.

Ci chiede di riflettere, di usare il nostro pensiero (ecco perché la mano, il pollice opponibile metafora della razionalità) senza farci condizionare dal dogma (l'oro). Ecco cosa ci inquieta quando guardiamo un quadro di Navarra, riconosciamo la realtà e capiamo che dipende solo da ognuno di noi che questa rimanga tale o cambi.
Osserviamo adesso le tele di Luciano Pea. Non c'è dubbio che dopo esserci soffermati davanti ad un quadro di Navarra ci sembrerà di essere approdati sull'isola dei nostri sogni. Tutto è poesia, lirica, eleganza, armonia. I suoi paesaggi, i suoi orizzonti, che echeggiano l’informale, sono comprensibili, ci riportano ad un mondo improbabile e immaginifico che, proprio perché tale, richiamano ad un mondo possibile e immaginabile. I lavori di Pea sono raffinati, ordinati, esteticamente molto piacevoli. Al contrario di Gian Piero, Luciano esce dall'accademia dove tutt'ora ha la cattedra di tecniche incisorie. Ma, ancora, non facciamoci ingannare, osserviamo con più attenzione, non limitiamoci a guardare. Ed ecco allora che su alcune tele si nota uno sfregio rosso, che presi dalla poesia dell'opera c'era sfuggito. Più lo guardiamo e più prende significato. Più ci soffermiamo a pensare e più ci appare uno strappo, una ferita. Non c'è l'irruenza di Navarra in quello strappo, come non c'è nella luce di Navarra la raffinatezza di Pea, ma c'è un filo quasi impercettibile che unisce i due artisti,una capacità di sintesi comune ad entrambi, due modi di pensare e di interpretare la vita che insieme rappresentano la vita stessa. Possiamo dire due opposti che si compendiano, possiamo dire che parlano la stessa lingua usando due toni diversi. Questo è il logos che io ritrovo nell'arte contemporanea e che cerco negli artisti con i quali scelgo di lavorare e di far entrare in Galleria. Avvicinarsi all'arte con curiosità e passione: così nascerà la voglia di approfondire, di conoscere, di documentarsi sulla storia dell'arte stessa, per capire ciò che ci affascina e perché. Correndo l'entusiasmante rischio di amarla, come la amo io.

 

 

Giorgio Di Genova

2006

Luciano Pea, fa una pittura di forti valenze liriche restituite attraverso l’utilizzo di colori-spazio impregnati di luce e di penombre che si espandono sulle superfici, rese atmosferiche e non di rado liquide dalla loro dilatata impalpabilità. Per lo più i suoi dipinti sono gli incontri differenziati di due tonalità, incontri che formano una sorta di orizzonti, per cui sembra di trovarci di fronte a paesaggi della coscienza dai cui cieli possono piovere misteriose striature. Quello di Pea è un paesaggismo psicologico e nient’affatto ottico, ossia è un perenne scrutamento della diffusione della luce, che, interiorizzandosi, si tramuta in foschie colorate, foschie che permangono anche quando l’ottica del vedutismo della lontananza di Luciano Pea annotta.

 

Mauro Corradini

2004

L'infinito di Pea «An segn dret in s'an foi l'e la pianüra» (un segno dritto sul foglio è la pianura), scriveva Cesare Zavattini nel suo "Invcend" (invecchiando). Anche per Luciano Pea, che nella Bassa ha le sue radici, un segno sul foglio è la pianura. Ma il segno di Luciano non e diritto come lo è per la letteratura del grande scrittore; il suo segno è tondo, compie un largo arco, come la terra vista dall'alto di un aereo; e sul limitare dell'orizzonte, sul desiderio d'infinito che la linea che separa cielo e terra segnala e sottolinea, Pea crea un incendio, un fantasma, un'idea che scende, si innalza, colpisce. E' l'aspetto iniziale che colpisce il lettore quello dell'immagine; una costruzione rigorosa, sintetica, una metafora dell'attesa, dell'evento che accade: non un episodio narrabile, ma un evento della mente, che si accende per fantasia. Poi ci si accosta all'opera: emerge la materia, escono le terre, il fare artigianale dell'artefice che pazientemente, insegue l'idea; e la materia è vita, contrasti anche, rapporto con le cose. La materia è il segreto della pittura, per aprire le vie della fantasia. Il fantasma si illumina, si accende il sogno: e possiamo con l'autore immergerci in un cielo nuovo, mentale, forse un po' aristocratico. Sicuramente ricco di poesia.

 

Giampiero Guiotto

2003
La ricerca dell’abisso

Maelström di Luciano Pea
Opere dell’artista bresciano dedicate al racconto di Poe.
«Non c’è mai stata un’epoca che non si sia sentita, nel senso eccentrico del termine, moderna e non abbia creduto di essere immediatamente davanti ad un abisso. La lucida coscienza disperata di stare nel mezzo di una crisi decisiva è qualcosa di cronico nell’umanità». La percezione di sentirsi in ogni tempo «moderni», ma sempre sull’orlo del precipizio, come sostiene Walter Benjamin, è dunque qualcosa di irrimediabile. La cronicità della crisi e la perenne scoperta di abissali voragini sembrano far parte di quel «rapporto di ostilità», di cui parlava Schopenhauer, che da sempre esiste tra uomo e cose, tra Io e mondo. In questo rapporto ostile gli spettacoli disastrosi e spaventosi della Natura sono talmente paurosi da risultare belli, sublimi . La filosofia e l’arte del ’700 incontrano per prime la fascinazione delle forze estreme della Natura, che poi viene sostituita da quella delle forze estreme della metropoli e della macchina. È il brivido del «sublime», dell’estremo che attrae e terrorizza. Nel nostro presente questa fascinazione è affidata alla tecnologia. L’esperienza dell’eccesso postmoderno, drogata dalla merce sintetica, esaltata dalla tecnica, illuminata dall’elettronica, sembra riprodurre quello che Mario Costa definisce l’inedita vertigine del «sublime tecnologico». La tecnologia, per sua natura obsolescente in quanto segnata dalla necessità di una continua sostituzione, potrebbe fornirci questo nuovo sublime di ambigua fascinazione.
Stupisce che nel nostro tempo in cui tecnologia ed elettronica mettono a disposizione dell’artista 16,2 milioni di colori - contro la tavolozza dei 94 degli impressionisti - un artista come Luciano Pea utilizzi solo il bianco ed il nero ed una tecnica del tutto tradizionale, qual’è l’incisione. Ma la cosa che maggiormente colpisce è la ricerca dell’abisso, consueto dispositivo del sublime che Pea ritrova nei racconti di Edgar Allan Poe, ma che rilegge attraverso uno spostamento di attenzione dal sublime all’epifanico.
A Pea non interessano l’arte e la letteratura citazioniste. Egli sceglie piuttosto di ribadire l’idea di arte come poesia ed evocazione. L’incontro tra arte e letteratura è quindi un momento non vincolante, ma occasione per liberare il senso del mistero, per assaporare l’incubo ed il brivido fantastico ed allucinatorio di Poe, che vengono distillati in segni grafici.
Ne «Una discesa nel Maelström» , Poe presenta un mondo «altro», minaccioso e nel contempo affascinante, insidiosamente simile al nostro. Lo scrittore vuole far credere al lettore che lo scatenarsi di fenomeni cupi, oscuri e paurosi rientri nell’ambito dello straordinario e dell’eccezionalità: un immenso vortice marino si spalanca improvvisamente ed inghiotte, come un orrido buco nero, navi, uomini, detriti, onde.
Poe carica la realtà di componenti incongrue e visionarie, ma non approda mai al sovrannaturale, costringendo in tal modo il lettore a contattare una realtà eccessiva, mostruosa, intollerabile, che è solo letteraria e ciò nonostante assai vicina al mondo reale.
Gli elementi apparentemente secondari del racconto di Poe, quali «il buio di pece», «la muraglia nera del vortice», «i capelli di un nero corvino» che l’esperienza renderà bianchi, lo spumeggiare del mare, vengono recepiti da Luciano Pea come segni di contrasto cromatico, spaziale e stilistico. La precisione quasi matematica del testo letterario riprende vita in Pea in un calibrato incastro di minuziosi segni incisi, profondi e calcolati, precisi ed imprecisi ma tutti tendenti all’armonia e all’equilibrio.
Attraverso una composizione stretta e verticale, che riflette la caduta vorticosa, l’artista mostra i vari livelli di profondità ricorrendo a riduzioni o ampliamenti di bande di nero e di bianco o introducendo stacchi, pause, parti non incise, silenzi di grande efficacia.
Appeso ad un filo, un piccolo punto nero, speculare al grande vortice, osserva affascinato l’evento allucinato di cui esso stesso è parte involontaria. Lo spazio totalmente oscurato si contrappone poi al bagliore lunare diffuso, a segnalare il passaggio emozionale del riapparire della luce in tanto buio profondo. L’essenzialità delle forme, ottenuta però attraverso una minuziosa abilità del segno, si staglia su sfondi neri o bianchi che esaltano la ricchezza segnica, conferendole una meditata aura esistenziale.
La discesa al Maelström di Poe, che Pea ripercorre, è in realtà un viaggio epifanico. Chi lo compie torna del tutto cambiato da un’improvvisa rivelazione. Non è però un viaggio di perlustrazione o di scoperta del luogo sconosciuto, ma l’eccezionale precipitare al centro dell’abisso, una sorta di discesa agli Inferi di Enea e di Ulisse, o di viaggio verso il centro del labirinto compiuto da Teseo, dal quale l’eroe ritorna del tutto mutato e consapevole. È proprio nel cuore del labirinto che si manifesta quella verità oscura ed inattingibile che tutte le altre ricerche non sono state in grado di rivelare.
Questa «verità», a cui la letteratura e l’arte aspirano, è il flusso della vita, profondo ed invisibile, che può essere colto solo con una discesa nel sommerso. La discesa di Poe, spinta da curiosità filosofica e scientifica, accompagnata però da quel «senso estetico per eccellenza» che già Baudelaire gli riconosceva, diviene in Pea attonita percezione del flusso della vita, sorpresa visione di un mondo oscuro che l’arte può almeno a tratti evocare ed illuminare.

 

Franco Migliaccio

2001

L'ultimo ciclo di lavori di Luciano Pea trova il conforto di una cifra stilistica non solo oramai pienamente raggiunta, ma anche improntata all'originalità e ad una raffinata proprietà nell'uso dei mezzi espressivi. Si tratta di paesaggi evocativi, soffusi di brume e vapori di natura. Le opere possiedono la lievità del sogno, sono eteree e ambigue; quell'ambiguità che in arte è il sale del mistero, dell'indecifrabile, di tutto ciò che, beneficamente, non si presta ad una lettura univoca. L'artista ottiene ciò con colori leggerissimi, opachi e trasparenti insieme; con oli usati come fossero acquerelli e che, come tali, hanno bisogno del supporto cartaceo. Questa miscela è il substrato su cui innestare nuove soluzioni, nuove potenzialità espressive, inedite risoluzioni che hanno il pregio dell'intensità e di una carica emozionale che induce ad un soave abbandono, al trasporto della fantasia che viaggia con ali leggere, anzi leggerissime. In questi sogni ad occhi aperti il tempo non fluisce; tutto appare come ovattato da un silenzio assoluto e perentorio, primordiale e metafisico; la luce, punto di forza di tutte le opere di Pea, fra brume malinconiche e schermi naturali (isole, montagne o folti intrichi vegetali che siano), coglie e immortala solennemente un attimo di eternità.

 

Pier Cattaneo

1998

Le opere di Luciano Pea rappresentano una stazione di arrivo di una linea di ricerca intesa a costruire l'opera d'arte come struttura autonoma, dotata della consistenza e della concretezza fisica di un oggetto e nello stesso tempo animata da un sottilissimo trattamento delle superfici mediante variazioni minimali di luce e di colore. L’artista costruisce i pannelli dei suoi quadri con rigorosi rapporti proporzionali in modo da realizzare strutture sorrette da un marcato equilibrio di pesi formali e cromatici la superficie entra in gioco in questo processo costruttivo sistematico mediante la modulazione del colore a volte disteso in campiture più marcate quasi come in una tecnica murale, a volte più rarefatto quasi a volerli bloccare sul supporto quanta di più intoccabile ci circonda. Dallo spazio naturale viene resa visibile la legge celata della struttura che interagisce ritmicamente all'interno di questi contenitori di emozioni. Questo ordine cercato con caparbia volontà e trovato nella sacralità del lavoro da Luciano Pea, determina un clima di attesa nei confronti del visitatore, quasi che da un momento all'altro le ampie ante di colore debbano aprirsi per farci entrare in stanze segrete dove si compie, nella dimensione del silenzio, la ricerca dell'IO profondo.

 

Luisa Ambrogi

1998

Si entra in “punta di piedi” dentro le opere di Luciano Pea, lasciando spazio al silenzio dell'animo dopo l'esplosione di intense emozioni. La luce gioca con le cose e l’ombra si stacca dalla terra, si nasconde, ricompare, esce dall'opera per rientrarvi in un tracciato impalpabile che si delinea tra le pieghe materiche del colore. In colore stesso gioca con la luce creando le “ombre” di silenziose attese dell'animo, di gioiose luminosità vitali, di finiti spazi sognanti. Tutto e proteso, sospeso nell'aria, fino a farsi palpabile, visibile e penetrante, fino a lasciare improvviso, talvolta addirittura lacerante il segno. Il ritmo inizia allora a vibrare, a creare risonanze antiche e nuove che investono l'aria, perforano i sensi, trascinandoli in palpitanti amplessi d'insieme.

 


Mauro Abati

1997

La pittura di Luciano Pea è un costante confronto tra aria e materia, ma è un confronto che si risolve nella loro fusione: l'aria e più densa; la materia ha legami meno intensi. Dunque l'aria non è trasparente ma consta di sfumati spessori finemente granulosi, per questo trasmette la continua diversità termica del presente: il freddo, il caldo, l'attesa; la vaga esplorazione. E’ l'aria la vera protagonista, un’aria che si confonde con l'aura dell’essere che vive, dato più esterno della materia; dove l'aria e l'aura vitale s’incontrano sbocciano soli soffusi. A volte c'e una divisione più netta di piani tra il qui e l'oltre, ma anche questi piani partecipano della rarefazione e si scopre così che quell’oltre non ha che la concretezza del sentimento e per questo può essere in un gioco di specchi, più dentro, ben più in qua; ci può riguardare intimamente. Nonostante si parli di arie, di atmosfere, la materia non si fa dimenticare: l'aria è fatta di polveri, il supporto rivela a tratti la propria natura, una pressione più intensa conserva nell’orma la trama dell’oggetto che l'ha causata. A volte, dunque, c'e una presenza più marcata: il colore inciampa nell'impronta o si tratteggia una linea; un ombelico, un suono rimasto che mantiene la forma della gola che l'ha prodotto poco prima di andar perduto, di farsi solo fiato. O forse queste tracce sono impronte lasciate dallo sguardo; infatti, la pittura di Luciano è tutta da vedere (oltre che da annusare con la punta delle dita).