| recensioni |
|
| Mauro Corradini, Pia Ferrari, Giorgio di Genova, Anna Lisa Ghirardi, Giampiero Guiotto, Fausto Lorenzi, Franco Migliaccio, Carmela Perucchetti, Marcello Riccioni, Vanda Sabatino, Mariella Segala. |
|
| Mariella Segala 2011 Il percorso di Luciano Pea ha inizio
con la profonda conoscenza dell’arte cinetica e programmata, dove
prevale l’aspetto scientifico nell’esecuzione dell’opera
ma questa corrente artistica ha trascurato ciò che è il
sentire umano, l’artista quindi acquisisce la razionalità
del cinetismo e la trasla nella sua pittura evocativa, compie un lavoro
di dissoluzione della compattezza della pittura, arriva a dipingere ciò
che determina “la sensazione palpitante di vita”, ciò
che è infinitamente minuto, mobile e leggero.
Sono albe o tramonti, terrestri o lunari, paesaggi dell’anima dove emerge la luce in tutta la sua vibrante concretezza fisica. E’ un lavoro fatto di disciplina e costanza che comporta un esercizio quasi matematico, in grado di creare luoghi evanescenti in cui si è avvolti da un velo di particelle minutissime di umori e sensazioni, un pulviscolo d’atomi; atmosfere allo stesso tempo vaporose, impalpabili, definite e precise. La sintesi potente del suo lavoro si trova in una poesia appesa nel suo studio -Piccolo Testamento di Eugenio Montale- nei cui versi le tracce luminose d’immagini fragili si contrappongono alla visione buia e apocalittica di un Lucifero bituminoso: “il tenue bagliore strofinato laggiù non era quello di un fiammifero”. Ci si salva in ciò che c’è di più fragile, sono le cose che paiono destinate a finire che alimentano la fiducia, è nelle tracce più lievi che si trovano i valori morali. E così è la pittura di Luciano Pea, che ha in sé la leggerezza della meditazione che sfida e annienta la bruttura e pesantezza estetica e morale in cui l’uomo è precipitato; una pittura che è lotta all’opacità della vita e che un artista come Pea riesce a vincere. |
|
|
Vanda Sabatino 2010 “Alla nostra
immaginazione piace essere invasa da un oggetto, afferrare cose troppo
grandi per la sua capacità. Veniamo gettati in un piacevole stupore
da visioni illimitate e quando le percepiamo, sentiamo nell’anima
una deliziosa calma attonita.”
Pia Ferrari 2010 dal catalogo NELLA MANO DEL TEMPO I capitoletti sui lavori di Luciano Pea si aprono con immagini di colori e luci, tratte dall’Iliade e dall’0dissea. Sono momenti che accompagnano le grandi imprese ed i viaggi degli eroi omerici, quando, per un momento, tutto si raccoglie e si placa nella contemplazione di qualcosa che sovrasta le azioni. Dalle navi, dalle spiagge e dagli accampamenti nella sabbia arsa, le armi appaiono come bagliori e la natura all’alba si manifesta sempre immutabilmente rosea, sia agli dei che agli uomini, accomunandoli in un’unica origine. Nei dipinti di Pea mi pare di ritrovare simili sospensioni dello spazio e del tempo, dove è possibile meditare in modo quasi assoluto e teoretico, alternate ad aperture narrative che suggeriscono geografie, esili riferimenti a luoghi che potrebbero esistere. Il
luogo e il punto Il
vuoto e la luce I luoghi evocati nei quadri di Pea sono sostanzialmente immoti, perché in essi tutto scompare in breve: sono universi che molti possono aver visto, se hanno guardato in silenzio posti non riempiti di voci. In essi colpisce l’assenza di persone e cose, e l’apparente vuoto. La luce però li riempie e si sostituisce ai rumori come un suono diffuso. La luce nasce dal vuoto. Nell’Iliade e nell’Odissea le luci scandiscono gli avvenimenti: ogni battaglia si placa col sonno e la mancanza di luce, ogni azione ricomincia con la luce rosata dell’aurora, ogni apparizione eroica è preceduta da bagliori improvvisi di metalli lucidi. L’assenza permette il ricordo e la luce permette di guardare. E il vuoto, alla fine, non esiste. Il
momento e il colore
Mauro Corradini 2009 “ sembiante” C'è
un'arte che grida, effervescente, cantante; «la sua voce volentieri
la si ascolta. Bello è il suo viso» scriveva Brecht; ma c'è
anche un'arte che riflette, si rifugia nel mestiere, crede che la creazione
nasca da un'idea che prende forma e poesia perchè si sanno utilizzare
un materiale e la tecnica per esprimerlo. Credo che la ricerca di Luciano
Pea, incisore e pittore, docente alla LABA, sia da leggere sotto quest'ultima
luce. Anzi, il ciclo con cui si è proposto alle pareti della galleria
della sua accademia sembra voler rinforzare, quasi puntigliosamente, il
fare pittura; la pennellata si vede, e si vede bene, gli accostamenti
cromatici (per armonia e/o disarmonia) si vedono ugualmente bene, così
come la sua ricerca, su una luce che irradiandosi apre se stessa allo
spazio intero che la circonda. Galleria
Spazio espositivo per l’arte contemporanea LABA. Casa dei Palazzi
piazza
Mauro Corradini 2009 Tra solarità e sottile inquietudine, il mondo di Luciano Pea; sia che si muova con una inesauribile perizia sui percorsi della colcografia, sia che affronti la pittura, con i suoi oli, Pea sembra voler penetrare la natura colta nei suoi tratti essenziali, il cielo, l’orizzonte, la vasta e nuda superficie della terra che prelude al limite estremo. Forse solo attraverso il concetto di limite comprendiamo l’artista, il suo muoversi quieto e lento su quest’incontro tra terra e cielo, sulla linea leggermente convessa che esprime il nostro leggere il mondo; e l’orizzonte è ad un tempo limite e confine, ma anche luogo di transito e linea di passaggio verso l’Alto; l’orizzonte è il nostro essere nel mondo, metafora dell’esistere, dove tutto si raccoglie per indicare un obbiettivo e una meta, ma anche un luogo ultimo di incanto e di trapasso. Ha superato ogni limite naturalistico, il nostro Pea; del resto nasce nella stagione in cui l’informale e i suoi esiti sono ormai superati; contemporaneamente non accetta la riduzione della pittura a quel muoversi inquieto delle cromie minimaliste, alle suggestioni della piccola traccia; che al contrario Pea esalta, innalza a pretesto di indagine sia come luogo della pittura (o del segno quando incide), sia come luogo di una memoria che si fissa nello sguardo e viene dalle nostre ansie deformato e mutato. Ad un tempo attento a non mutare la natura e contemporaneamente attratto dal fascino dell’ignoto, del mistero, che si coglie nei vuoti dell’immaginazione. Metafora ampia, se vogliamo, dell’arte di oggi, alle prese con una metà irraggiungibile, spesso solo intravista, ma attraente perché misteriosa; allora in queste riflessioni sullo spazio, in questa rilettura della pianura (non sembri casuale l’origine), la pittura scopre l’orizzonte come luogo del transito, come il trampolino per un balzo verso l’altrove, verso un Oltre che non conosciamo, ma desideriamo perché sorprendente nei confronti di una quotidianità non certamente esaltante. Ed è forma, anche questa, per parlare di arte come pedagogia della vita, per ridare all’arte una funzione che il consumo tende a togliere.
Fausto Lorenzi 2009 Luciano Pea esegue
dipinti e grandi incisioni come colate di luce e buio che paiono
Anna Lisa Ghirardi 2007 "...
Ma i veri viaggiatori sono soltanto quelli
Marcello Riccioni 2007 l'eleganza dell'infinito L’orizzonte come ultimo traguardo di colui che mira ad osservare. Al termine di un viaggio forse sopraggiunge il senso lieto della fine. Desiderio di girarsi a retro per conoscere ciò che per sorte non si è visto a fondo. Poi ancora avanti. Pochi oramai gli orizzonti a noi disponibili. Sguardi immersi in gabbie cementificate dove a stento s’intravedere la cima di una montagna; in cui con sempre più difficoltà trasuda il rumore o il profumo di un campo aperto, d’un’onda marina, del vento stesso. Deserto vissuto come luogo di morte e agognata solitudine. In quel deserto dove lo stesso Cristo ha scacciato il demonio, in quel mare di sabbia in cui solitudine è concetto integro di abbandono, calura, sofferenza. Torpore improvviso quando dallo spazio concatenato gli occhi si trovano a misurare luoghi a loro non consueti. Ecco ciò che meglio salverebbe il centro primario della vita: una riappacificazione gentile con la madre terra; riemersione del genio vitale che in letargo con sempre più ragione è ibernato in attesa di scongelamento. I luoghi senza cornice misurati da Pea sono un discorso unico ed inequivocabile. Reazione al torpore, rivolta alla consapevolezza raggiungibile attraverso un salto metafisico, onirico, oltre ogni barriera conscia; oltre ogni immutabile consapevolezza della gabbia contenitrice. Oltre quel salto vive il tramonto, così come l’alba, di cieli che imperterriti vibrano la loro vita, scandiscono i loro tempi, aprono le loro porte ai primari valori primordiali: Terra, acqua, fuoco. Il tutto scandito da esigenze cromatiche che per necessità soffiano sopra veli che tremano e vivono nella consapevolezza del palpabile, l’immediato percepito; l’eleganza dell’infinito. Tornano in mente i giorgionismi, sacre conversazioni con la natura scandite da tinte tiepide, effetti ad acquario in cui galleggiano sospiri e molli presenze. La pittura tonale tutta rivolta allo sfumato, attenta a condividere la forma con l’ambiente contenitore qui diviene punto focale d’ingrandimento. Parliamo allora di “peismi”, per raccontare il percorso alto e maturo di un artista che poco ha di occidentale moderno. Nelle sue dinamiche vive il concetto più alto ed intenso di “effetto”; quello dove nasce la vita dalla quiete, l’origine del moto. Perché in Pea tutto è origine. Poi la causa: quella stessa materia che lentamente dipana sulla superficie e si trasforma in forma riconoscibile. Aspetti del vissuto e del percepito, paesaggi all’origine di ogni materia, primi ingressi al mondo non ancora incatenato; il miracolo della fonte che trascorre nelle visioni embrionali dove le tinte sgrassano dai rossi e dai lapislazzuli, dalle terre e dagli oltremare, dagli ocra e dai pigmenti che così stesi divengono trasparenze, luoghi non riemersi perché incantati ancora dall’inizio del moto. Difficile descrivere la percezione. Impensabile penetrare l’immagine chiara e brillante della sua opera.Nitida e spontanea sincerità, quanto umile passaggio di spatola e pennello che non scolpisce il colore inesistente. Pura visione. Puro cammino, franco e semplice in cui il deserto percepito è inizio alla vita e non già come detto mare di sabbia e solitudine. Non esseri animati negli incanti del descrittore muto, nessuna presenza inquinatrice. Semmai impronte di assenze. Ho detto e ripetuto l’origine del mondo. Ho ammesso l’esistenza di porte, introduzioni ad una forse esistenza che rivendica la purezza. Ma se questa fosse invece la fine? O uomo senza senso e diletto cieco all’orizzonte unica fonte di libertà! Povero stolto. Ammetti la tua inesistenza, la tua impossibilità a percepire l’eleganza dell’infinito.
Giorgio Di Genova 2007 La
caratteristica principale dell’arte contemporanea è la
frantumazione del linguaggio in molteplici rivoli, per così dire,
individuali. Ciò s’è determinato a causa della progressiva
perdita di organicità dell’artista con la società,
perdita che ha reso ogni artista il committente di se stesso. Di tale
nuova situazione i risultati più evidenti sono stati da un lato
la fine di una koiné che contraddistingue un’epoca e dall’altro
l’estrema libertà espressiva che nel Novecento s’è
a tal punto diffusa da accrescere il rapido ricambio dei linguaggi e
degli stili, nessuno dei quali dal Fauvismo, Espressionismo, Cubismo,
Futurismo, Astrattismo, Metafisica al Dadaismo, Surrealismo, Informale
e loro derivazioni può essere indicato come connotativo del secolo,
a differenza di quanto avveniva nei secoli passati, nei quali, in virtù
della committenza pubblica e/o religiosa, un linguaggio era dominante,
nella fattispecie, tanto per fare qualche esempio, il gotico nel Trecento,
il Rinascimento nel Quattrocento, il Manierismo nel Cinquecento, il
barocco nel Seicento. Con la fine del modernismo, collocata dagli studiosi
alla fine degli anni Cinquanta con l’irruzione delle cosiddette
neoavanguardie new-dada e pop art, è iniziata l’epoca postmoderna,
nella quale tendenze, stili e linguaggi si sono intersecati. Ciò
non significa che non si siano più avute koiné più
fortunate e diffuse di altre, ma sempre in concomitanza con le altre
e mai in maniera di preminenza definitiva. Così dall’immediato
secondo dopoguerra si sono affermati il neocubismo, l’Informale
ed in seguito la Nuova Figurazione, la pop art, l’Arte Povera,
Concettuale, Comportamentale e via procedendo, sempre nel contesto di
una convivenza con altri modi espressivi, anche non di rado taluni di
volta in volta hanno incantato come sirene non pochi artisti, i quali
sono passati da un linguaggio all’altro per tornare al precedente
e magari scantonare in un altro ulteriore, in qualche caso addirittura
nello stesso anno.
Laura Ramoino 2007 La
Galleria Le Tele Tolte inaugura con questa mostra di confronto tra Gian
Piero Navarra e Luciano Pea un ciclo di esposizioni dal titolo “I
linguaggi dell'arte” che metterà a confronto, di volta
in volta, due artisti in apparente contrasto tra loro. Ci
chiede di riflettere, di usare il nostro pensiero (ecco perché
la mano, il pollice opponibile metafora della razionalità) senza
farci condizionare dal dogma (l'oro). Ecco cosa ci inquieta quando guardiamo
un quadro di Navarra, riconosciamo la realtà e capiamo che dipende
solo da ognuno di noi che questa rimanga tale o cambi.
Giorgio Di Genova 2006 Luciano Pea, fa una pittura di forti valenze liriche restituite attraverso l’utilizzo di colori-spazio impregnati di luce e di penombre che si espandono sulle superfici, rese atmosferiche e non di rado liquide dalla loro dilatata impalpabilità. Per lo più i suoi dipinti sono gli incontri differenziati di due tonalità, incontri che formano una sorta di orizzonti, per cui sembra di trovarci di fronte a paesaggi della coscienza dai cui cieli possono piovere misteriose striature. Quello di Pea è un paesaggismo psicologico e nient’affatto ottico, ossia è un perenne scrutamento della diffusione della luce, che, interiorizzandosi, si tramuta in foschie colorate, foschie che permangono anche quando l’ottica del vedutismo della lontananza di Luciano Pea annotta.
Mauro Corradini 2004 L'infinito di Pea «An segn dret in s'an foi l'e la pianüra» (un segno dritto sul foglio è la pianura), scriveva Cesare Zavattini nel suo "Invcend" (invecchiando). Anche per Luciano Pea, che nella Bassa ha le sue radici, un segno sul foglio è la pianura. Ma il segno di Luciano non e diritto come lo è per la letteratura del grande scrittore; il suo segno è tondo, compie un largo arco, come la terra vista dall'alto di un aereo; e sul limitare dell'orizzonte, sul desiderio d'infinito che la linea che separa cielo e terra segnala e sottolinea, Pea crea un incendio, un fantasma, un'idea che scende, si innalza, colpisce. E' l'aspetto iniziale che colpisce il lettore quello dell'immagine; una costruzione rigorosa, sintetica, una metafora dell'attesa, dell'evento che accade: non un episodio narrabile, ma un evento della mente, che si accende per fantasia. Poi ci si accosta all'opera: emerge la materia, escono le terre, il fare artigianale dell'artefice che pazientemente, insegue l'idea; e la materia è vita, contrasti anche, rapporto con le cose. La materia è il segreto della pittura, per aprire le vie della fantasia. Il fantasma si illumina, si accende il sogno: e possiamo con l'autore immergerci in un cielo nuovo, mentale, forse un po' aristocratico. Sicuramente ricco di poesia.
Giampiero Guiotto 2003 Maelström
di Luciano Pea
Franco Migliaccio 2001 L'ultimo ciclo di lavori di Luciano Pea trova il conforto di una cifra stilistica non solo oramai pienamente raggiunta, ma anche improntata all'originalità e ad una raffinata proprietà nell'uso dei mezzi espressivi. Si tratta di paesaggi evocativi, soffusi di brume e vapori di natura. Le opere possiedono la lievità del sogno, sono eteree e ambigue; quell'ambiguità che in arte è il sale del mistero, dell'indecifrabile, di tutto ciò che, beneficamente, non si presta ad una lettura univoca. L'artista ottiene ciò con colori leggerissimi, opachi e trasparenti insieme; con oli usati come fossero acquerelli e che, come tali, hanno bisogno del supporto cartaceo. Questa miscela è il substrato su cui innestare nuove soluzioni, nuove potenzialità espressive, inedite risoluzioni che hanno il pregio dell'intensità e di una carica emozionale che induce ad un soave abbandono, al trasporto della fantasia che viaggia con ali leggere, anzi leggerissime. In questi sogni ad occhi aperti il tempo non fluisce; tutto appare come ovattato da un silenzio assoluto e perentorio, primordiale e metafisico; la luce, punto di forza di tutte le opere di Pea, fra brume malinconiche e schermi naturali (isole, montagne o folti intrichi vegetali che siano), coglie e immortala solennemente un attimo di eternità.
Pier Cattaneo 1998 Le opere di Luciano Pea rappresentano una stazione di arrivo di una linea di ricerca intesa a costruire l'opera d'arte come struttura autonoma, dotata della consistenza e della concretezza fisica di un oggetto e nello stesso tempo animata da un sottilissimo trattamento delle superfici mediante variazioni minimali di luce e di colore. L’artista costruisce i pannelli dei suoi quadri con rigorosi rapporti proporzionali in modo da realizzare strutture sorrette da un marcato equilibrio di pesi formali e cromatici la superficie entra in gioco in questo processo costruttivo sistematico mediante la modulazione del colore a volte disteso in campiture più marcate quasi come in una tecnica murale, a volte più rarefatto quasi a volerli bloccare sul supporto quanta di più intoccabile ci circonda. Dallo spazio naturale viene resa visibile la legge celata della struttura che interagisce ritmicamente all'interno di questi contenitori di emozioni. Questo ordine cercato con caparbia volontà e trovato nella sacralità del lavoro da Luciano Pea, determina un clima di attesa nei confronti del visitatore, quasi che da un momento all'altro le ampie ante di colore debbano aprirsi per farci entrare in stanze segrete dove si compie, nella dimensione del silenzio, la ricerca dell'IO profondo.
Luisa Ambrogi 1998 Si entra in “punta di piedi” dentro le opere di Luciano Pea, lasciando spazio al silenzio dell'animo dopo l'esplosione di intense emozioni. La luce gioca con le cose e l’ombra si stacca dalla terra, si nasconde, ricompare, esce dall'opera per rientrarvi in un tracciato impalpabile che si delinea tra le pieghe materiche del colore. In colore stesso gioca con la luce creando le “ombre” di silenziose attese dell'animo, di gioiose luminosità vitali, di finiti spazi sognanti. Tutto e proteso, sospeso nell'aria, fino a farsi palpabile, visibile e penetrante, fino a lasciare improvviso, talvolta addirittura lacerante il segno. Il ritmo inizia allora a vibrare, a creare risonanze antiche e nuove che investono l'aria, perforano i sensi, trascinandoli in palpitanti amplessi d'insieme.
1997 La pittura di Luciano Pea è un costante confronto tra aria e materia, ma è un confronto che si risolve nella loro fusione: l'aria e più densa; la materia ha legami meno intensi. Dunque l'aria non è trasparente ma consta di sfumati spessori finemente granulosi, per questo trasmette la continua diversità termica del presente: il freddo, il caldo, l'attesa; la vaga esplorazione. E’ l'aria la vera protagonista, un’aria che si confonde con l'aura dell’essere che vive, dato più esterno della materia; dove l'aria e l'aura vitale s’incontrano sbocciano soli soffusi. A volte c'e una divisione più netta di piani tra il qui e l'oltre, ma anche questi piani partecipano della rarefazione e si scopre così che quell’oltre non ha che la concretezza del sentimento e per questo può essere in un gioco di specchi, più dentro, ben più in qua; ci può riguardare intimamente. Nonostante si parli di arie, di atmosfere, la materia non si fa dimenticare: l'aria è fatta di polveri, il supporto rivela a tratti la propria natura, una pressione più intensa conserva nell’orma la trama dell’oggetto che l'ha causata. A volte, dunque, c'e una presenza più marcata: il colore inciampa nell'impronta o si tratteggia una linea; un ombelico, un suono rimasto che mantiene la forma della gola che l'ha prodotto poco prima di andar perduto, di farsi solo fiato. O forse queste tracce sono impronte lasciate dallo sguardo; infatti, la pittura di Luciano è tutta da vedere (oltre che da annusare con la punta delle dita).
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|